Dalle tombe reali di Byblos ai tesori d’argento di Tanis, Pierre Montet è stato uno dei protagonisti più silenziosi ma decisivi dell’Egittologia del Novecento: un ricercatore capace di restituire alla storia intere dinastie dimenticate, lavorando con rigore, pazienza e un intuito fuori dal comune.

Introduzione
Pierre Montet è una di quelle figure che, pur non essendo note al grande pubblico quanto Carter o Champollion, hanno lasciato un’impronta profonda e indelebile nella storia dell’Egittologia. Determinato, metodico, instancabile, Montet ha dedicato la sua vita allo scavo e allo studio dell’Egitto faraonico, arrivando a una delle scoperte più straordinarie del XX secolo: le tombe intatte dei faraoni della XXI e XXII dinastia a Tanis.

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Una scoperta che, per importanza, può essere paragonata solo a quella della tomba di Tutankhamon. Eppure, la sua figura rimane avvolta da una sorta di silenziosa grandezza: un uomo che ha preferito lasciare parlare la terra, i reperti, le iscrizioni, piuttosto che la propria voce.
Gli inizi di una vocazione
Nato il 27 giugno 1885 a Villefranche‑sur‑Saône, Montet crebbe in un ambiente colto e sensibile alle discipline umanistiche. Fin da giovane mostrò una naturale inclinazione per le lingue antiche e per la storia delle civiltà mediterranee. La sua formazione fu solida e rigorosa: studiò all’École Pratique des Hautes Étudese all’École du Louvre, due istituzioni che, all’inizio del Novecento, rappresentavano il cuore pulsante della ricerca archeologica francese.
Fu allievo di due giganti: Gaston Maspero, direttore del Service des Antiquités d’Égypte, e Georges Foucart, uno dei massimi esperti di religione egizia. Da Maspero ereditò il metodo filologico e la capacità di leggere i testi come strumenti per comprendere la storia; da Foucart apprese l’importanza del lavoro sul campo, della stratigrafia, dell’osservazione diretta.

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Nel 1910 entrò all’Institut Français d’Archéologie Orientale (IFAO) del Cairo, un passaggio decisivo. L’Egitto, con i suoi deserti, i suoi templi e le sue città sepolte, divenne il centro della sua vita. Qui Montet affinò le sue competenze, partecipò a missioni, studiò reperti, e iniziò a costruire quella reputazione di archeologo meticoloso e affidabile che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera.
Byblos: vent’anni di scoperte
Prima di diventare “l’uomo di Tanis”, Montet fu “l’uomo di Byblos”. Tra il 1921 e il 1924, e poi fino al 1934, condusse una lunga serie di campagne nella città fenicia, una delle più antiche del Mediterraneo. Byblos era un crocevia di culture, un porto che per millenni aveva intrattenuto rapporti strettissimi con l’Egitto. Montet intuì che proprio lì si potevano trovare le chiavi per comprendere le relazioni politiche e commerciali tra le due sponde del Levante.
Gli scavi portarono alla luce:
- le tombe reali dei sovrani di Byblos, con corredi ricchissimi
- iscrizioni bilingui fenicio‑egizie, fondamentali per la storia della scrittura
- materiali egizi databili al Medio e Nuovo Regno, prova di un dialogo culturale continuo
Il ritrovamento delle tombe dei re di Byblos fu particolarmente significativo: sarcofagi monumentali, oggetti rituali, armi, gioielli. Montet ricostruì non solo la storia della città, ma anche il ruolo che essa ebbe come intermediaria tra l’Egitto e il mondo mediterraneo.
Byblos rese Montet una figura di primo piano nel panorama archeologico internazionale. Le sue pubblicazioni su questi scavi, ancora oggi, sono considerate modelli di rigore scientifico.
Tanis: la scoperta di una necropoli reale intatta
Nel 1929 Montet iniziò a lavorare a Tanis, nel Delta orientale. All’epoca la città era considerata marginale: un sito secondario, lontano dai grandi centri del potere faraonico. Ma Montet non era d’accordo.

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Studiando testi e iscrizioni, aveva intuito che Tanis fosse stata la capitale della XXI dinastia, la “Tebe del Nord”, un centro politico e religioso di enorme importanza.

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La sua intuizione si rivelò esatta.

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Tra il 1939 e il 1946, in piena Seconda Guerra Mondiale, Montet scoprì tre tombe reali intatte, appartenenti ai faraoni:
- Psusennes I
- Amenemope
- Sheshonq II
Le sepolture erano straordinariamente ricche: maschere funerarie d’oro, sarcofagi d’argento, gioielli finissimi, armi cerimoniali, amuleti, vasi canopi, oggetti rituali. La maschera funeraria di Psusennes I, in particolare, è considerata uno dei capolavori assoluti dell’arte egizia, seconda solo a quella di Tutankhamon per raffinatezza e stato di conservazione.

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La scoperta fu eccezionale: nessuna tomba reale intatta era stata trovata dopo quella di Tutankhamon. Ma la guerra oscurò mediaticamente l’evento. Mentre Carter aveva potuto contare su un’attenzione mondiale senza precedenti, Montet lavorò quasi nell’ombra, con risorse limitate e in un clima internazionale drammatico. Eppure, ciò che riportò alla luce cambiò per sempre la conoscenza del Terzo Periodo Intermedio.
Un lavoro scientifico monumentale
Montet non fu solo un grande archeologo sul campo, ma anche un prolifico studioso. La sua produzione scientifica è vasta, articolata e ancora oggi fondamentale. Tra le sue opere più importanti:
- La Nécropole royale de Tanis (3 volumi, 1947–1960), una pubblicazione monumentale che documenta in modo minuzioso ogni reperto, ogni iscrizione, ogni dettaglio architettonico delle tombe reali
- Géographie de l’Égypte ancienne (1957), un’opera che ricostruisce la geografia storica e sacra dell’Egitto faraonico
- L’Égypte et la Bible (1959), un testo che esplora i rapporti tra la storia egizia e le narrazioni bibliche, con un approccio critico e filologico

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Nel 1925 fu nominato professore di Egittologia all’Università di Strasburgo, dove formò generazioni di studiosi. La sua didattica era rigorosa ma appassionata: Montet sapeva trasmettere il fascino dell’Egitto antico senza mai rinunciare alla precisione scientifica.
Nel 1953 entrò nell’Académie des Inscriptions et Belles‑Lettres, uno dei più alti riconoscimenti per un accademico francese. Un tributo alla sua carriera, alla sua dedizione e al suo contributo alla conoscenza dell’antico Egitto.
Gli ultimi anni e l’eredità
Pierre Montet morì il 19 giugno 1966 a Parigi. La sua eredità scientifica è immensa: ha restituito alla storia una dinastia di faraoni quasi dimenticati, ha ridefinito la geografia del Delta e ha dimostrato che anche le regioni meno esplorate dell’Egitto possono nascondere tesori straordinari.
Oggi il suo nome è legato indissolubilmente a Tanis, la “Tebe del Nord”, e alle sue tombe d’oro. Un luogo che, grazie a Montet, ha riconquistato il posto che merita nella storia dell’antico Egitto. La sua figura rimane quella di un archeologo silenzioso, lontano dai clamori, ma capace di ascoltare ciò che la terra aveva da raccontare.
Fonte
Claudio Lombardelli


