Le analisi molecolari dei residui organici conservati sulle bare e sulle bende della tomba di Kha e Merit hanno identificato per la prima volta in un contesto funerario del Nuovo Regno un composto derivato dalla liquirizia. La ricerca, condotta sui materiali conservati al Museo Egizio di Torino, ha inoltre individuato un indicatore dell’olio di pinoli e ha rivelato che le sostanze utilizzate per il corpo e quelle applicate alle bare avevano composizioni differenti.

Introduzione
A volte, per scoprire qualcosa di nuovo sull’antico Egitto, non è necessario aprire una nuova tomba. È sufficiente tornare su una tomba già conosciuta e guardarla con strumenti che un archeologo di un secolo fa non avrebbe mai potuto utilizzare.
È quello che è accaduto con il corredo funerario di Kha e Merit, una delle più celebri sepolture del Nuovo Regno oggi conservate al Museo Egizio di Torino. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha analizzato i residui organici presenti sulle bende esterne della mummia di Kha e sulle superfici delle sue bare, oltre che sulla bara interna della moglie Merit.
La ricerca è stata condotta da un gruppo di studiosi italiani e internazionali coordinato da Martina Magni, con la partecipazione di ricercatori e conservatori legati al Museo Egizio di Torino, all’Università e ad altri centri di ricerca italiani ed europei. Il lavoro nasce così dall’incontro tra egittologia, conservazione e chimica analitica, applicate allo studio di materiali funerari conservati da oltre un secolo nelle collezioni museali.
Il risultato porta alla luce una sostanza inattesa: l’acido 18-β-glicirretinico, un composto caratteristico derivato dalla liquirizia.
La sua identificazione rappresenta, secondo gli autori, la più antica evidenza molecolare finora disponibile della presenza di sostanze derivate dalla liquirizia in un contesto funerario del Nuovo Regno. Lo stesso studio ha inoltre individuato nelle bende esterne di Kha l’acido pinolenico, un indicatore molecolare dell’olio di pinoli.
La scoperta, però, non racconta soltanto la storia di una pianta. Rivela qualcosa di molto più importante: le sostanze impiegate nelle pratiche funerarie egizie potevano essere selezionate e combinate in modo diverso a seconda della funzione del materiale trattato, distinguendo il corpo e le sue bende dalle superfici delle bare.
La tomba di Kha, scoperta nel 1906
Per comprendere la portata della ricerca bisogna tornare al 1906.
Quell’anno Ernesto Schiaparelli scoprì a Deir el-Medina la tomba tebana TT8, appartenente a Kha e alla moglie Merit. Kha era un importante funzionario legato ai lavori reali, responsabile della gestione dei progetti edilizi della monarchia, mentre Merit apparteneva a un ambiente di alto livello sociale.
La tomba aveva una caratteristica eccezionale: il corredo funerario era arrivato fino a noi in condizioni straordinariamente favorevoli. A differenza di molte altre sepolture, nelle quali saccheggi, riutilizzi e alterazioni hanno cancellato una parte consistente della documentazione archeologica, TT8 conservava un insieme estremamente ricco di oggetti, tessuti, contenitori, mobili, strumenti e materiali funerari.
Le bare di Kha e Merit, insieme agli altri oggetti del corredo, furono trasferite a Torino e costituiscono oggi uno dei complessi più importanti del Museo Egizio.
Proprio questa eccezionale conservazione ha trasformato la tomba in una sorta di laboratorio archeologico, nel quale è possibile studiare non soltanto ciò che gli Egizi hanno scritto e rappresentato, ma anche le sostanze materiali che utilizzarono realmente.
Dalla tomba al laboratorio
Le sostanze organiche utilizzate nell’antico Egitto per trattare i corpi e gli oggetti funerari sono estremamente complesse.
Resine vegetali, oli, grassi, cere e altre sostanze potevano essere mescolati e applicati durante le pratiche funerarie. Alcune avevano probabilmente una funzione pratica, mentre altre possedevano un’importante dimensione rituale e simbolica.
Il problema è che, dopo migliaia di anni, queste miscele non si presentano più come apparivano originariamente. Sono state trasformate dal tempo, dall’ossidazione, dalla degradazione e dall’ambiente della sepoltura. Identificare i singoli ingredienti richiede quindi tecniche analitiche capaci di riconoscere anche tracce molecolari estremamente degradate.
Per questo motivo i ricercatori hanno combinato due differenti approcci: la gascromatografia-spettrometria di massa (GC-MS) e la cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa ad alta risoluzione (LC-HRMS).
Non si trattava semplicemente di cercare una sostanza precisa. L’obiettivo era ricostruire, per quanto possibile, la composizione molecolare delle miscele utilizzate sulla mummia e sulle bare, distinguendo inoltre le diverse tipologie di materiale.
Una ricetta diversa per il corpo e per la bara
I campioni analizzati provenivano da cinque differenti contesti.
Sono state studiate le bende esterne di Kha, la superficie della bara interna e di quella intermedia dello stesso Kha e la superficie della bara interna di Merit. A questi campioni è stato aggiunto il contenuto di un piccolo vaso del Nuovo Regno conservato al Museo Egizio, contemporaneo alla coppia ma non direttamente associato alla tomba TT8.
Questa distinzione è fondamentale.
Le analisi mostrano infatti che i materiali legati al corpo presentano un profilo molecolare differente rispetto alle sostanze applicate alle bare. Le bende esterne di Kha e il contenuto del piccolo vaso condividono una componente lipidica che sembra avere una probabile origine vegetale e nella quale è stato riconosciuto anche un indicatore dell’olio di ricino.

Fonte: Magni et al. (2026)
Le superfici delle bare mostrano invece una maggiore presenza di resine di conifere e composti associati a piante aromatiche, tra cui Pistacia e Boswellia sacra. In quest’ultimo caso, l’identificazione dell’acido boswellico nella bara interna di Kha costituisce un indicatore compatibile con l’impiego di incenso derivato da Boswellia sacra.
La distinzione suggerisce quindi che non esistesse necessariamente una singola miscela funeraria utilizzata indistintamente su ogni elemento. Il corpo e la bara potevano essere trattati con formulazioni differenti.
È un dato importante perché restituisce alle pratiche funerarie egizie una complessità che spesso si perde quando si parla genericamente di “balsami” o “sostanze per l’imbalsamazione”.
La sorpresa della liquirizia
È all’interno di questo complesso insieme di sostanze che compare la scoperta più curiosa.
Gli strumenti analitici hanno riconosciuto nei campioni provenienti dalle bare l’acido 18-β-glicirretinico, noto anche come 18-β-glycyrrhetinic acid.
Si tratta di un composto associato alla liquirizia, Glycyrrhiza spp.
Il composto è stato individuato in tutte le bare analizzate, mentre nella bara intermedia di Kha è stato riconosciuto anche un suo prodotto di ossidazione, l’acido 3-oxo-glicirretinico. La presenza dello stesso marcatore in più campioni rafforza l’interpretazione della sua origine, anche se gli autori mantengono una formulazione prudente riguardo alla ricostruzione della specifica materia prima utilizzata.
Il dato più importante è però un altro. La liquirizia non era stata identificata in precedenza attraverso una simile evidenza molecolare in un contesto funerario del Nuovo Regno. Per questo gli autori considerano il risultato la più antica evidenza molecolare finora disponibile di sostanze derivate dalla liquirizia in questo tipo di contesto.

Fonte: Magni et al. (2026)
Non significa che possiamo ora affermare che gli Egizi utilizzassero abitualmente la liquirizia durante la mummificazione. E soprattutto non sappiamo ancora per quale motivo la sostanza fosse presente sulle bare.
Potrebbe essere stata una componente intenzionalmente aggiunta alla miscela resinosa, oppure essere arrivata all’interno di una preparazione più complessa la cui ricetta originaria non siamo oggi in grado di ricostruire.
La scoperta dimostra però che una sostanza derivata dalla liquirizia faceva parte dell’ambiente chimico delle preparazioni funerarie associate alle bare di Kha e Merit.
Non solo liquirizia: arriva anche l’olio di pinoli
La seconda scoperta inattesa proviene dalle bende esterne di Kha. Qui i ricercatori hanno identificato l’acido pinolenico, un composto caratteristico utilizzato come indicatore molecolare dell’olio di pinoli.

Fonte: Magni et al. (2026)
Anche questo risultato è significativo. L’acido pinolenico era già stato individuato in materiali archeologici di epoca più tarda, ma secondo gli autori non era stato precedentemente documentato in materiali funerari del Nuovo Regno. La sua presenza amplia quindi il quadro delle sostanze vegetali che potevano entrare nelle preparazioni funerarie egizie.
Insieme alla liquirizia, al ricino, alle resine di Pistacia e ai composti associati all’incenso, il risultato restituisce una vera e propria mappa molecolare delle materie prime utilizzate nel corredo funerario.
Una cosa che non è stata trovata
La ricerca ha prodotto anche un risultato negativo, ma archeologicamente importante. Nei cinque campioni analizzati non sono state rilevate tracce identificabili di bitume. Non sono stati inoltre trovati marcatori molecolari compatibili con la presenza di cera d’api nei campioni esaminati.
Questo non significa che bitume e cera d’api non fossero mai utilizzati nelle pratiche funerarie egizie del Nuovo Regno. Significa soltanto che queste sostanze non sono state rilevate nei materiali specificamente analizzati in questo studio.
Ed è proprio questa distinzione a essere importante.
Le pratiche funerarie egizie non prevedevano necessariamente una composizione standardizzata applicata indistintamente a ogni corpo, bara o corredo. Le ricette potevano cambiare in funzione del periodo, del contesto, della disponibilità delle materie prime e, probabilmente, anche della funzione specifica del materiale trattato.
Perché trattare anche la bara?
La scoperta acquista un significato ancora maggiore se si considera la funzione rituale delle sostanze. Nell’antico Egitto, il trattamento funerario non riguardava esclusivamente la conservazione fisica del cadavere.
Il corpo del defunto e la bara partecipavano entrambi a un processo di trasformazione rituale. Oli, resine e sostanze aromatiche potevano avere funzioni pratiche, ma anche contribuire alla purificazione, alla consacrazione e alla trasformazione simbolica del defunto.
La bara stessa non era semplicemente un contenitore. Era parte dell’apparato attraverso il quale il morto veniva protetto, trasformato e preparato alla nuova esistenza.
Anche i rivestimenti scuri e resinati potevano avere una dimensione simbolica. Il colore nero, nell’immaginario funerario egizio, poteva evocare la fertilità del limo del Nilo e il processo di rigenerazione associato a Osiride. Le sostanze applicate sulle superfici delle bare erano quindi inserite in un sistema nel quale chimica, tecnologia, ritualità e cosmologia potevano sovrapporsi.
Una scoperta che cambia soprattutto il modo di studiare le mummie
La ricerca sulla tomba di Kha e Merit è interessante anche per un’altra ragione. Non dimostra soltanto che gli Egizi disponevano di una grande varietà di sostanze naturali. Dimostra quanto ancora sia possibile ottenere da reperti che si trovano nei musei da generazioni.
Nel 2015, precedenti analisi condotte sui materiali della stessa sepoltura avevano già individuato resina di Pistacia, balsamo e olio di cedro. Il nuovo studio non si limita quindi a ripetere quelle analisi, ma utilizza un insieme differente di campioni e una strategia analitica più ampia, combinando GC-MS e LC-HRMS per aumentare la capacità di riconoscere composti minori e prodotti di degradazione.
È proprio questo il punto. Un reperto archeologico non smette di essere interessante perché è stato scoperto cento anni fa. Può semplicemente accadere che la domanda giusta e lo strumento giusto arrivino molto tempo dopo la scoperta.
Conclusioni: La tomba di Kha continua a parlare
Nel 1906 Schiaparelli aprì una delle tombe più importanti mai scoperte nella necropoli tebana. Oggi, a 120 anni di distanza, quella stessa tomba continua a produrre informazioni. Questa volta non sono le iscrizioni, le scene dipinte o gli oggetti del corredo a raccontare qualcosa di nuovo.
Sono le molecole.
La liquirizia, l’olio di pinoli, il ricino, le resine di conifere, la Pistacia e l’incenso non sono semplicemente ingredienti di un’antica ricetta. Sono tracce chimiche di una tecnologia funeraria complessa, nella quale materiali differenti venivano selezionati e applicati a oggetti differenti.
E soprattutto ci ricordano che la mummificazione non era una procedura uniforme. Era un insieme articolato di pratiche, sostanze e gesti, nel quale il trattamento del corpo e quello della bara potevano seguire percorsi diversi.
La liquirizia, comparsa quasi in silenzio dopo più di tremila anni, aggiunge ora un nuovo ingrediente a questa storia. Non sappiamo ancora quale ruolo preciso avesse. Ma sappiamo che era lì.
E per l’archeologia, a volte, una molecola sopravvissuta al tempo è sufficiente per riaprire una domanda che sembrava già chiusa.
Fonte
A cura di Claudio Lombardelli


