A Sanam, nell’antica Nubia, gli archeologi hanno identificato un laboratorio per la produzione della faience risalente al VII secolo a.C. Le fornaci, le perle, i gusci di molluschi e gli scarti di lavorazione raccontano una storia che va oltre l’artigianato: quella di uno Stato capace di organizzare la produzione e riservare alcuni oggetti alla famiglia reale.

Introduzione
Quando pensiamo agli oggetti preziosi dell’antichità, immaginiamo spesso botteghe di artigiani intenti a lavorare materiali rari, seguendo tecniche tramandate di generazione in generazione. Ma chi procurava le materie prime? Chi decideva che cosa produrre e per chi? E quale ruolo avevano i templi nell’organizzazione di queste attività?
Una risposta arriva da Sanam, un sito archeologico dell’antica Nubia, nell’attuale Sudan. Qui, gli scavi condotti tra il 2018 e il 2020 hanno portato alla luce un laboratorio per la produzione della faience, un materiale artificiale dalla superficie brillante, spesso blu, verde o bianca, molto apprezzato nell’antichità.

Lo studio, pubblicato nel 2026 sulla rivista Antiquity da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui Rennan Lemos e Kathryn Howley, mostra che il laboratorio non era semplicemente uno spazio di lavoro. La sua posizione accanto a un tempio e i materiali rinvenuti indicano che la produzione era organizzata sotto il controllo dell’istituzione templare e collegata agli interessi della monarchia kushita.
Sanam, il cuore religioso e politico di Kush
Per comprendere il significato della scoperta bisogna tornare al primo millennio a.C., quando Napata era uno dei principali centri politici e religiosi del regno di Kush. La regione si estendeva lungo il Nilo nell’attuale Sudan e aveva sviluppato una propria tradizione culturale e politica, in costante dialogo con l’Egitto.

Fonte: Lemos et al. (2026)
Nel corso dell’VIII secolo a.C., il re Piankhy conquistò l’Egitto, dando inizio alla XXV dinastia, conosciuta anche come la dinastia dei faraoni kushiti. Tra i suoi sovrani più importanti vi fu Taharqo, che regnò tra circa il 690 e il 664 a.C. e promosse un vasto programma di costruzioni monumentali, dal Delta del Nilo fino a Napata.
Fu proprio Taharqo a far costruire il tempio di Sanam, dedicato a una forma locale di Amon, venerata come Amon-Toro di Nubia. Il complesso faceva parte di un paesaggio urbano nel quale si trovavano anche edifici amministrativi e strutture legate alla gestione delle risorse. Tra queste figurava un edificio interpretato come tesoro reale, nel quale sono stati individuati contenitori da conservazione, prodotti finiti e materie prime preziose, tra cui avorio.

Fonte: Lemos et al. (2026)
Il tempio non era quindi soltanto un luogo di culto. Come avveniva in altri Stati del mondo antico, poteva svolgere anche funzioni economiche e amministrative, coordinando persone, materiali e attività produttive.
Tre fosse di cottura e migliaia di reperti
Il laboratorio è stato identificato nella zona nord-orientale del sito, immediatamente all’esterno dell’edificio templare in arenaria. Gli archeologi hanno individuato tre fosse di cottura, due bacini in mattoni crudi e diversi livelli di terreno compattato e ricco di cenere, formatisi durante le attività di produzione.
L’insieme dei reperti consente di riconoscere con sicurezza un’area di lavorazione della faience, il primo laboratorio di questo tipo identificato in modo convincente per il periodo napateo.

Fonte: Lemos et al. (2026)
Tra i materiali recuperati figurano centinaia di perle a disco blu, verdi e bianche, frammenti di recipienti, oggetti difettosi o danneggiati durante la cottura e migliaia di piccoli gusci di molluschi. Sono stati inoltre rinvenuti strumenti di macinazione, probabilmente impiegati per preparare gli ingredienti della miscela.
Gli scarti di produzione sono particolarmente importanti: a differenza di un oggetto finito, che può essere stato trasportato lontano dal luogo in cui venne realizzato, un manufatto difettoso abbandonato insieme ai residui di lavorazione costituisce una prova concreta dell’attività svolta sul posto.
La datazione del laboratorio si colloca tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C., nell’ambito dei periodi napatei antico e medio. I materiali ceramici associati alle strutture contribuiscono a collocare l’attività produttiva nel contesto storico del regno di Kush.
Che cos’era la faience?
Nonostante il nome possa trarre in inganno, la faience antica non è una ceramica smaltata nel senso moderno del termine e non è nemmeno un vetro ottenuto fondendo una massa omogenea. È un materiale artificiale a base prevalentemente silicea, al quale vengono aggiunte quantità variabili di alcali e calce. Durante la cottura, a temperature relativamente basse rispetto a quelle necessarie per produrre molti tipi di vetro, la superficie sviluppa uno strato lucido che lega e riveste il materiale.
Il risultato è un oggetto dall’aspetto brillante, capace di evocare materiali preziosi attraverso colori intensi e una superficie vitrea. Per questo la faience fu utilizzata per realizzare perline, amuleti, piccoli recipienti, elementi decorativi e statuette.

Fonte: Lemos et al. (2026)
A Sanam, gli scarti e gli oggetti rinvenuti indicano che il laboratorio produceva diverse tipologie di manufatti. Tra questi figuravano anche gli ushabti, piccole statuette funerarie destinate ad accompagnare il defunto nell’aldilà.
È proprio la produzione di questi oggetti a rendere particolarmente significativa la scoperta.
Gli ushabti: oggetti funerari riservati alla famiglia reale
Gli ushabti, chiamati anche shabti, erano statuette deposte nelle tombe per svolgere simbolicamente le attività lavorative che avrebbero potuto essere richieste al defunto nell’aldilà. La loro funzione è ben documentata nella tradizione funeraria egizia, ma in Nubia il loro accesso sembra essere stato molto più ristretto.
Gli archeologi hanno trovato nel laboratorio un frammento di uno shabti in faience verde, privo di iscrizione, che corrisponde perfettamente a un frammento di stampo in argilla recuperato all’interno del tempio. Il confronto dimostra che almeno una parte di queste statuette veniva effettivamente prodotta a Sanam.
Il collegamento con la necropoli reale di Nuri rafforza ulteriormente questa interpretazione. Alcuni stampi recuperati durante gli scavi del primo Novecento corrispondono a esemplari di shabti rinvenuti nelle tombe reali. Secondo gli autori dello studio, gli oggetti funerari scoperti a Nuri potrebbero quindi provenire da laboratori templari come quello di Sanam.
In questo contesto, la produzione non rispondeva soltanto a una domanda religiosa. Contribuiva anche a distinguere il sovrano e l’élite dal resto della società: gli shabti in faience erano riservati al consumo reale, mentre altri oggetti, come perline e pendenti, potevano circolare più ampiamente.
La possibilità di decidere quali manufatti produrre e chi potesse utilizzarli diventava così uno strumento per rendere visibili le differenze sociali.
Il segreto della ricetta: gusci di molluschi dal Mar Rosso
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda le materie prime utilizzate nel laboratorio. Nei livelli di cenere associati alle fosse di cottura sono stati rinvenuti numerosi gusci di molluschi, alcuni appartenenti a specie marine riconducibili al Mar Rosso.
La loro presenza non sembra casuale. Le tracce di macinazione e il contesto archeologico suggeriscono che i gusci venissero frantumati nei bacini di mattoni crudi, utilizzando strumenti di pietra, per essere poi aggiunti alla miscela impiegata nella produzione della faience.

Fonte: Lemos et al. (2026)
La funzione più probabile era fornire calce, un ingrediente importante per ottenere le proprietà desiderate del materiale. In Nubia, infatti, le rocce calcaree sono relativamente rare rispetto ad altre aree dell’Egitto, dove il calcare poteva essere reperito più facilmente.
Gli artigiani di Sanam sembrano quindi aver sviluppato una ricetta adattata alle risorse disponibili, ricorrendo a una fonte alternativa di calce. La scelta dei gusci non rappresenta soltanto una soluzione tecnica: apre anche una finestra sulle reti di approvvigionamento del regno di Kush.
Il Mar Rosso si trova a una distanza considerevole dalla valle del Nilo in quest’area. Procurarsi quantità sufficienti di gusci marini avrebbe richiesto trasporti e relazioni con le comunità delle regioni desertiche e costiere. Gli autori ritengono che questa disponibilità possa riflettere la capacità dello Stato di controllare le risorse lontane oppure di negoziare con gruppi coinvolti nei loro spostamenti.
Non è ancora possibile stabilire nel dettaglio come avvenisse questa circolazione. La provenienza marina di almeno una parte dei gusci è però un indizio importante della complessità delle strategie di approvvigionamento.
Il tempio controllava la produzione?
La posizione del laboratorio, immediatamente accanto al tempio, è uno degli elementi centrali dell’interpretazione proposta dai ricercatori. La produzione della faience poteva generare fumo e odori sgradevoli, soprattutto in relazione ai combustibili impiegati. Eppure, l’area di lavorazione era collocata molto vicino all’edificio sacro.
Secondo gli autori, questa scelta potrebbe indicare che i vantaggi di mantenere la produzione sotto il controllo dell’istituzione templare fossero considerati più importanti degli inconvenienti pratici.

Fonte: Lemos et al. (2026)
Il tempio avrebbe potuto coordinare l’approvvigionamento delle materie prime, l’impiego della manodopera e la fabbricazione degli oggetti, assicurando che alcuni prodotti fossero destinati alla monarchia. Le fonti scritte del periodo napateo suggeriscono inoltre che il personale templare potesse svolgere contemporaneamente funzioni rituali, amministrative ed economiche.
Gli autori ipotizzano anche che alcune persone assegnate al tempio dal sovrano Taharqo potessero essere coinvolte nelle attività produttive. Si tratta, tuttavia, di una possibilità interpretativa, non di un fatto dimostrato direttamente dai resti del laboratorio.
È importante sottolineare che questa evidenza non significa necessariamente che tutta la produzione di faience del regno fosse controllata dallo Stato. Gli stessi ricercatori ritengono plausibile la coesistenza di laboratori templari e botteghe indipendenti, destinate a una clientela più ampia.
Kush non era una semplice copia dell’Egitto
La scoperta di Sanam contribuisce anche a riconsiderare il rapporto tra il regno di Kush e l’Egitto. La presenza di templi monumentali, l’impiego di geroglifici e la produzione di oggetti associati alla tradizione funeraria egizia sono stati talvolta interpretati come segni di una semplice riproduzione dei modelli provenienti dalla valle del Nilo settentrionale.

Fonte: Lemos et al. (2026)
Lo studio suggerisce invece un quadro più articolato. Gli artigiani kushiti realizzavano oggetti legati a tradizioni culturali condivise con l’Egitto, ma adattavano le tecniche alle risorse locali e a specifiche esigenze sociali e politiche.
La ricetta della faience che prevedeva l’utilizzo di gusci di molluschi è un esempio concreto di questa capacità di adattamento. Anche la distribuzione degli oggetti racconta una realtà distinta: mentre in Egitto gli ushabti erano disponibili a fasce sociali differenti in vari periodi, nella Nubia napatea sembrano essere stati riservati soprattutto alla famiglia reale.
Il regno di Kush non fu dunque una semplice periferia culturale dell’Egitto, ma una realtà politica capace di selezionare, trasformare e reinterpretare tradizioni condivise.
Fonte
- Lemos, R., Howley, K., Shinn, S., & Rabo, S. A. (2026). Crafting power in Kush: faience production and state control in the Napatan region. Antiquity, 1-20.
- archaeologymag.com
A cura di Claudio Lombardelli


