Gli ushabti rappresentano una delle manifestazioni più emblematiche della cultura funeraria dell’antico Egitto, testimoniando una concezione della morte intesa come prosecuzione ordinata dell’esistenza terrena. Attraverso l’analisi delle fonti testuali, dei contesti archeologici e delle trasformazioni tipologiche, il contributo ricostruisce l’evoluzione di queste statuette dal Medio Regno al Periodo Tardo. Particolare attenzione è dedicata alla loro funzione sostitutiva nei Campi di Iaru e al valore performativo delle formule tratte dal Libro dei Morti. L’esame dei materiali, delle tecniche produttive e della diffusione sociale consente inoltre di inquadrare gli ushabti all’interno delle dinamiche economiche e religiose del Nuovo Regno.

Fonte: Collezioni online
Introduzione
Gli ushabti (anche shabti o shawabti) costituiscono una delle espressioni più significative della cultura funeraria dell’antico Egitto. Si tratta di figurini antropomorfi deposti nei corredi sepolcrali con la funzione di sostituire il defunto nello svolgimento di attività lavorative nell’aldilà. La loro presenza riflette un articolato sistema di credenze religiose relativo alla sopravvivenza post mortem, alla continuità dell’identità personale e alla necessità di garantire al defunto condizioni di esistenza analoghe a quelle terrene.

Fonte: collezioni.museoegizio.it
Il presente contributo analizza l’origine, lo sviluppo tipologico, la funzione rituale e il significato simbolico degli ushabti, con particolare attenzione ai dati archeologici più recenti e al caso emblematico della tomba di Tutankhamon.
Origini e sviluppo storico
Le prime attestazioni di figurini assimilabili agli ushabti risalgono al Medio Regno (ca. 2055–1650 a.C.), periodo in cui compaiono nelle tombe come sostituti simbolici destinati a svolgere lavori agricoli nell’aldilà. Il termine deriva dall’egiziano wsbt, generalmente interpretato come “colui che risponde”, in riferimento alla formula rituale che impone alla statuetta di rispondere alla chiamata del defunto.

Fonte: www.metmuseum.org
Nel Medio Regno tali oggetti erano relativamente rari e limitati a contesti elitari. A partire dal Nuovo Regno si osserva invece una diffusione sistematica degli ushabti nei corredi funerari di funzionari, sacerdoti e membri della famiglia reale. Questa espansione è correlata a una più ampia democratizzazione delle pratiche escatologiche e a un’evoluzione delle concezioni relative all’aldilà.

Fonte: www.metmuseum.org
Sul piano formale, gli ushabti evolvono da figurini schematici a esemplari mummiformi con braccia incrociate e strumenti agricoli (zappe e sacchetti per il trasporto del terreno). L’introduzione di iscrizioni geroglifiche, spesso tratte dal capitolo VI del cosiddetto Libro dei Morti, conferisce loro una precisa funzione rituale. La qualità esecutiva varia in base allo status sociale del proprietario, passando da prodotti seriali a manufatti di elevata raffinatezza artistica.

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Durante il Periodo Tardo si assiste a una standardizzazione tipologica e a una produzione su larga scala, fenomeno che riflette sia esigenze rituali consolidate sia un’organizzazione artigianale strutturata.
Funzione rituale e significato simbolico
La funzione primaria dell’ushabti consisteva nel sostituire il defunto qualora questi fosse chiamato a svolgere lavori nei Campi di Iaru, la dimensione agricola ideale dell’aldilà. La formula rituale incisa sulla statuetta imponeva all’oggetto di rispondere alla convocazione e di assumere l’onere del lavoro.

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Gli ushabti assumono pertanto una duplice valenza: operativa, in quanto strumenti rituali attivi all’interno del sistema magico-religioso, e simbolica, in quanto garanti della continuità esistenziale. Essi riflettono la concezione egiziana della morte non come interruzione, bensì come trasformazione e prosecuzione della vita in un contesto ultraterreno regolato dagli stessi principi di ordine (maat) che governano il mondo dei vivi.
Tipologia e materiali
Gli ushabti sono attestati in una varietà di materiali: argilla, faience, legno, pietra calcarea, alabastro e, più raramente, metalli preziosi. La faience, particolarmente diffusa nel Nuovo Regno, era apprezzata per la sua superficie vitrea e per il colore blu o verde, simbolicamente associato alla rigenerazione e alla fertilità.

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Dal punto di vista tipologico, si distinguono esemplari “operai” e, in alcuni casi, figurine di supervisori, dotate di frusta, che riflettono una strutturazione gerarchica del lavoro nell’aldilà. Il numero delle statuette varia considerevolmente: in epoca tarda si afferma il modello ideale di 365 ushabti, uno per ciascun giorno dell’anno, talvolta accompagnati da 36 supervisori.
Il caso della tomba di Tutankhamon
La scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922 da parte di Howard Carter, nella Valle dei Re, ha fornito una documentazione eccezionale relativa agli ushabti di ambito reale. Il corredo comprendeva 413 statuette, tra operai e supervisori, realizzate prevalentemente in faience blu e recanti la formula rituale.
L’organizzazione numerica e gerarchica del gruppo testimonia una concezione strutturata del lavoro nell’aldilà e riflette la centralità della dimensione escatologica nell’ideologia regale del Nuovo Regno. Gli ushabti di Tutankhamon costituiscono inoltre un riferimento fondamentale per lo studio delle tecniche produttive e delle officine specializzate.
Riti funerari e collocazione nel contesto sepolcrale
Gli ushabti erano generalmente collocati in cassette lignee o disposti in prossimità del sarcofago. La loro deposizione si inseriva in un complesso sistema rituale comprendente offerte alimentari, testi funerari, amuleti e oggetti simbolici destinati a garantire protezione e rigenerazione.

Fonte: www.storicang.it
L’incremento quantitativo degli ushabti nel Nuovo Regno riflette un’evoluzione delle pratiche funerarie e una crescente enfasi sulla preparazione dettagliata dell’esistenza ultraterrena.
Scoperte archeologiche recenti
Le recenti indagini archeologiche hanno contribuito ad ampliare in modo significativo il quadro documentario.
Nel 2023, a Tuna el-Gebel (governatorato di Minya), una missione del Supreme Council of Antiquities ha individuato tombe del Nuovo Regno contenenti centinaia di ushabti in faience, insieme a sarcofagi, amuleti e papiri con testi del Libro dei Morti. Il rinvenimento di circa 25.000 statuette complessive (tra rappresentazioni divine e ushabti) suggerisce una produzione e una diffusione su larga scala del corredo funerario anche in contesti non regali.

Nel 2024, nella necropoli di Saqqara, un frammento attribuito a epoca arcaica ha riacceso il dibattito sulle possibili prefigurazioni prototipiche degli ushabti, pur richiedendo cautela nell’interpretazione cronologica.

Fonte: Luxor Times
Particolarmente rilevante è il caso della necropoli reale di Tanis, dove in una tomba attribuita a Osorkon II sono stati rinvenuti 225 ushabti recanti il nome di Shoshenq III. Tale circostanza suggerisce un possibile riutilizzo o riassegnazione della sepoltura nel Terzo Periodo Intermedio, offrendo nuovi elementi per lo studio delle dinamiche di riuso delle tombe reali.
Prospettive di ricerca
Le evidenze più recenti impongono una revisione di alcune linee interpretative tradizionali. In particolare, risulta necessario approfondire:
- l’analisi delle officine e delle tecniche produttive;
- la distribuzione sociale degli ushabti;
- le pratiche di riutilizzo e riorganizzazione dei corredi funerari;
- le indagini archeometriche sui materiali.
Tali prospettive consentono di inserire lo studio degli ushabti in un quadro più ampio di storia economica, religiosa e sociale dell’antico Egitto.
Conclusioni
Gli ushabti costituiscono un elemento strutturale del sistema funerario egiziano e rappresentano una testimonianza concreta della concezione della morte come prosecuzione ordinata dell’esistenza. Attraverso la loro evoluzione tipologica, la diffusione sociale e il valore rituale, essi riflettono trasformazioni profonde nella religiosità e nell’organizzazione della società egiziana.
L’analisi integrata dei dati archeologici, epigrafici e materiali conferma che gli ushabti non sono meri oggetti accessori del corredo, ma dispositivi rituali centrali nel sistema escatologico dell’antico Egitto.

