Una nuova ricerca sulle opere d’arte dell’antico Egitto ricostruisce l’origine animale e vegetale delle sostanze utilizzate dagli artisti, rivelando anche la presenza di materiali finora mai identificati a livello molecolare nelle pitture egizie.

Introduzione
A volte, per capire come è stata realizzata un’opera d’arte, non è sufficiente osservare il colore, la superficie o persino i materiali visibili a occhio nudo. Bisogna andare molto più in profondità, fino alle molecole che sono sopravvissute nel corso dei millenni.
È quello che ha fatto un gruppo internazionale di ricercatori provenienti dall’Università di Copenaghen, dal British Museum di Londra, dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen e dai National Museums of World Culture svedesi, coordinato da Clara Granzotto ed Enrico Cappellini.
Il team ha applicato la paleoproteomica a una serie di opere d’arte dell’antico Egitto. Attraverso l’analisi delle proteine conservate nei microscopici campioni prelevati dalle opere, gli studiosi sono riusciti a identificare l’origine biologica di numerosi materiali utilizzati come leganti e adesivi.
Il risultato conferma un elemento già noto: la colla animale ebbe un ruolo importante nella produzione artistica egizia. Ma, accanto alle proteine animali, sono emerse tracce decisamente più inattese. Tra queste, quelle riconducibili al sesamo e alla moringa, materiali vegetali che, secondo gli autori, non erano mai stati identificati prima con una conferma molecolare nelle opere pittoriche dell’antico Egitto.
Quando la pittura non è soltanto pigmento
Quando pensiamo alla pittura egizia, siamo portati naturalmente a concentrarci sui pigmenti: il blu, il verde, il rosso, il giallo, il nero. Ma il colore, da solo, non sarebbe sufficiente per costruire una superficie pittorica stabile.
Per applicare e fissare i pigmenti era necessario utilizzare anche altre sostanze, capaci di agire come leganti, cioè materiali che permettevano alle particelle coloranti di aderire alla superficie. Analogamente, sostanze adesive potevano essere impiegate per assemblare, sigillare o preparare differenti elementi delle opere.

Fonte: Granzotto et al. (2026)
Le fonti storiche e gli studi precedenti indicavano soprattutto l’impiego di materiali proteici, come la colla animale e l’uovo, oltre a sostanze di origine vegetale come le gomme. La colla animale viene ottenuta attraverso la trasformazione del collagene presente nelle ossa e nei tessuti connettivi degli animali.
Il problema è che identificare con precisione l’origine di queste proteine non è semplice. Tecniche come la spettroscopia FTIR possono indicare la presenza di materiale proteico, ma non permettono generalmente di stabilire con sicurezza da quale animale provenga.
È qui che entra in gioco la paleoproteomica.
Leggere il passato attraverso le proteine
La paleoproteomica applicata ai reperti archeologici utilizza tecniche di spettrometria di massa per identificare le proteine presenti in un campione e, quando possibile, determinarne l’origine biologica.

Fonte: Granzotto et al. (2026)
In questo studio sono state analizzate 28 microscopiche porzioni provenienti da 14 opere appartenenti alle collezioni del Medelhavsmuseet di Stoccolma, del British Museum di Londra e della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen. Gli oggetti coprono un arco cronologico molto ampio, dal 1425 a.C. al 400 d.C., e comprendono bare lignee, frammenti di pitture parietali, cartonnage, busti dipinti ed elementi architettonici in pietra.
L’obiettivo non era soltanto stabilire se fosse presente una proteina, ma capire da quale organismo e, in alcuni casi, da quale tessuto provenisse.
Il risultato è particolarmente interessante perché le analisi hanno identificato proteine di collagene riconducibili a diversi gruppi animali.
La colla poteva provenire da animali diversi
Il dato più evidente riguarda proprio la colla animale.
Le analisi hanno confermato un uso esteso di collagene proveniente dai bovini, ma hanno individuato anche proteine riconducibili ad altri mammiferi. In alcuni campioni sono state riconosciute proteine di bovino, ovino o caprino e cavallo o asino, mentre in altri casi sono emerse anche attribuzioni compatibili con alcuni animali selvatici.
Particolarmente interessante è il fatto che in un campione di pittura verde appartenente a una bara lignea di epoca greco-romana siano state identificate proteine di collagene provenienti contemporaneamente da bovino, caprini ed equidi, con identificazioni specifiche per cavallo e asino.

Fonte: Granzotto et al. (2026)
Non significa necessariamente che gli Egizi scegliessero sistematicamente un determinato animale per un determinato colore o per una specifica tipologia di oggetto. Anzi, i ricercatori non hanno osservato una correlazione evidente tra la specie animale utilizzata e il tipo di oggetto, il colore, la cronologia, la provenienza geografica o il contesto d’uso. Questo suggerisce che la disponibilità della materia prima potesse avere un ruolo importante nella produzione della colla.
In altre parole, ciò che per noi è un dettaglio invisibile della superficie dipinta potrebbe raccontare qualcosa di molto concreto sull’economia delle risorse nell’antico Egitto.
Dalla pelle alla colla
La paleoproteomica ha permesso di andare persino oltre l’identificazione dell’animale. La presenza di una particolare forma di collagene indica infatti l’impiego di tessuti connettivi come la pelle, l’intestino o i polmoni. La sua identificazione suggerisce quindi che almeno alcune delle colle analizzate fossero ottenute attraverso la lavorazione di pelli e tessuti connettivi, e non esclusivamente dalle ossa.

Fonte: Granzotto et al. (2026)
Si tratta di un’informazione importante perché la colla ottenuta dalla pelle, è generalmente più resistente della colla ricavata soltanto dalle ossa.
Ma anche in questo caso il dato più interessante è che questo tipo di collagene non è stato individuato esclusivamente negli adesivi: è comparso anche in alcuni strati preparatori e pittorici. Secondo gli autori, questo potrebbe indicare che la scelta delle materie prime fosse determinata soprattutto dalla loro disponibilità, più che da una rigida distinzione tra applicazioni artistiche.
Poi arriva una sorpresa: il sesamo
È però quando i ricercatori hanno ampliato la ricerca alle proteine vegetali che lo studio ha prodotto uno dei risultati più inattesi. Nelle analisi sono state identificate con elevata sicurezza proteine specifiche dei semi di sesamo (Sesamum indicum) e di moringa (Moringa oleifera).
Il ritrovamento è stato effettuato in differenti opere. Le proteine di sesamo, per esempio, sono state individuate sia in un frammento della pittura della tomba di Nebamun, risalente al XIV secolo a.C., sia in uno strato di pittura rossa appartenente a una bara lignea di epoca greco-romana.
Nel campione della bara sono state inoltre identificate proteine della moringa. Gli autori sottolineano che si tratta, per quanto a loro conoscenza, della prima conferma molecolare della presenza di materiali derivati da sesamo e moringa nelle opere pittoriche dell’antico Egitto. Ma questo non significa che gli Egizi utilizzassero necessariamente olio di sesamo o di moringa come normali leganti pittorici.
Ed è proprio qui che la ricerca diventa ancora più interessante.
Non erano necessariamente oli per dipingere
Le analisi complementari hanno infatti mostrato che l’interpretazione più semplice — quella di un olio vegetale utilizzato direttamente come legante — non è convincente.
Nel campione della bara greco-romana, altre analisi hanno indicato una componente fortemente proteica associata a tracce di un olio semisiccativo o non siccativo. Gli autori ritengono quindi possibile che il materiale proteico possa rappresentare un sottoprodotto della lavorazione dei semi di sesamo e moringa, piuttosto che l’olio stesso utilizzato per legare il pigmento.
Una possibilità è dunque che ciò che è rimasto sulla superficie dell’opera sia il residuo di una precedente fase di lavorazione delle piante. In questo senso, la paleoproteomica non ci sta semplicemente dicendo “qui c’era sesamo” o “qui c’era moringa”. Sta aprendo una domanda molto più complessa: che cosa facevano esattamente questi materiali all’interno del processo artistico?
Per il momento la risposta non è definitiva.
La moringa e il dio Ptah
Il caso della moringa è particolarmente suggestivo perché porta la ricerca oltre la semplice tecnologia.
Nell’antico Egitto la moringa aveva infatti anche un’importante dimensione simbolica. La pianta era associata al dio Ptah, divinità legata alla creazione e, soprattutto, patrona degli artigiani. Una delle poche rappresentazioni note della moringa nell’arte egizia compare proprio su un sigillo risalente alla fine della XVIII dinastia, nel quale la pianta è collegata a Ptah.

Fonte: phys.org/news
Il ritrovamento di un materiale derivato dalla moringa in una superficie dipinta potrebbe quindi assumere un significato che va oltre la semplice disponibilità della materia prima. Gli autori ipotizzano che il suo impiego possa essere stato collegato anche al valore simbolico della pianta e al rapporto tra moringa, Ptah e il mondo degli artigiani.
È però un’ipotesi che richiederà ulteriori analisi per essere verificata. La ricerca non dimostra infatti che la moringa fosse intenzionalmente utilizzata come materiale rituale o simbolico nella preparazione delle pitture. Dimostra piuttosto, per la prima volta a livello molecolare, che prodotti derivati da questa pianta erano presenti nelle opere analizzate.
Anche grano, orzo e altri cereali
Le sorprese non finiscono con sesamo e moringa.
Le analisi hanno identificato anche proteine vegetali riconducibili soprattutto al grano, oltre a proteine di orzo e, con maggiori cautele interpretative, di segale. Questi dati sono particolarmente interessanti nei frammenti di pittura parietale provenienti dalle tombe di Nebamun e Sobekhotep.
Nel caso di Nebamun, la combinazione delle proteine identificate è compatibile con l’impiego di un prodotto a base di grano e, in un’area verde della pittura, anche con l’utilizzo di uovo di gallina. Nel caso della tomba di Sobekhotep, invece, la presenza di numerose proteine riconducibili a cereali rende meno probabile che si tratti semplicemente di una contaminazione casuale.
Anche qui, però, gli studiosi mantengono una necessaria prudenza. Le proteine dei cereali potrebbero derivare da prodotti utilizzati intenzionalmente nella preparazione della pittura, come farine o paste, ma non si può escludere completamente che alcuni materiali siano entrati nelle superfici in un momento successivo, durante la conservazione, il restauro o persino attraverso contaminazioni antiche.
È proprio per questo che la presenza di più tecniche analitiche diventa fondamentale.
Una tavolozza fatta anche di risorse
Il quadro che emerge è molto più complesso di quello di una pittura costruita semplicemente attraverso pigmenti e colla animale.
Dietro una superficie dipinta potevano esserci ossa, pelli e altri tessuti animali; uova; prodotti derivati da cereali; residui della lavorazione di semi; sesamo; moringa e, probabilmente, molte altre sostanze che ancora non siamo in grado di riconoscere.
Questo non significa che ogni materiale identificato fosse necessariamente scelto per una specifica funzione artistica. In alcuni casi potrebbe trattarsi di sottoprodotti della lavorazione, in altri di contaminazioni, in altri ancora di vere e proprie materie prime selezionate dagli artigiani.
Ma è proprio questa complessità a rendere importante la ricerca.
Fonte
- Granzotto, C., Stacey, R. J., Mackie, M., Fulcher, K., Di Gianvincenzo, F., Spencer, N., … & Cappellini, E. (2026). Beyond animal glue: Paleoproteomic analysis of paint binders and adhesives in ancient Egypt. Science Advances, 12(35), eady3618.
- phys.org/news
- www.labrujulaverde.com
- archaeologymag.com
A cura di Claudio Lombardelli


