Il pane fu uno degli alimenti fondamentali dell’antica società egiziana, presente nella vita quotidiana, nelle razioni dei lavoratori, nelle offerte agli dèi e nei corredi funerari. Ma dietro una pagnotta apparentemente semplice si nascondeva una lunga e complessa catena di operazioni: dalla coltivazione dei cereali alla trebbiatura, dalla difficile lavorazione dell’emmer alla macinazione, fino alla preparazione dell’impasto e alla cottura. Le testimonianze archeologiche, le scene delle tombe e l’archeologia sperimentale permettono oggi di ricostruire una storia nella quale il pane diventa anche una straordinaria chiave di lettura della tecnologia, dell’economia e della società dell’antico Egitto.

Il pane, alimento quotidiano e simbolo di vita
Nell’antico Egitto il pane non era semplicemente uno degli alimenti della dieta: rappresentava una delle basi materiali dell’esistenza quotidiana. Era consumato da persone appartenenti a differenti livelli della società e accompagnava regolarmente gli altri alimenti, in particolare la birra. Le fonti archeologiche e le rappresentazioni funerarie mostrano infatti quanto profondamente la produzione di cereali, pane e birra fosse integrata nella vita economica e domestica.
Il pane aveva però anche un significato che andava ben oltre la nutrizione. Compariva nelle offerte agli dèi, nelle formule funerarie e nei corredi destinati ai defunti. La stessa formula d’offerta egiziana comprendeva abitualmente pane e birra tra i beni necessari alla sopravvivenza nell’aldilà. Una stele conservata al British Museum, per esempio, mostra esplicitamente l’invocazione di “mille” pani e bevande tra le offerte destinate al defunto.

Fonte: www.metmuseum.org
Il pane era dunque contemporaneamente alimento, razione, bene economico, offerta rituale e simbolo di vita.
Questa centralità emerge anche dalle scene che decoravano le tombe. Le attività di raccolta, trebbiatura, macinazione, preparazione dell’impasto e cottura venivano rappresentate accanto alle altre occupazioni necessarie a garantire il sostentamento del proprietario della tomba nell’aldilà.
I cereali dell’Egitto: soprattutto emmer e orzo
La storia del pane egiziano comincia naturalmente nei campi.
I cereali costituivano una componente fondamentale dell’agricoltura della valle del Nilo e, tra quelli maggiormente utilizzati, occupavano un posto centrale l’emmer e l’orzo. L’emmer (Triticum turgidum subsp. dicoccon) era un frumento vestito, molto diverso dai frumenti moderni utilizzati comunemente per produrre il nostro pane.

Fonte: Peleg et al. (2011)
La differenza è fondamentale.
Quando l’emmer veniva trebbiato, il chicco non si separava semplicemente dal suo involucro protettivo. Le spighette rimanevano infatti compatte e racchiudevano i chicchi all’interno di robuste glume. Questo significava che la semplice trebbiatura non era sufficiente: il cereale doveva essere sottoposto a ulteriori operazioni di lavorazione.
Le analisi archeobotaniche confermano l’importanza dell’emmer nella storia agricola egiziana. Uno studio sul genoma di un campione di emmer risalente a circa 3.000 anni fa ha mostrato inoltre quanto fosse già antico il rapporto tra questo cereale e l’agricoltura egiziana. L’emmer era coltivato in Egitto già nelle prime comunità agricole e rimase una coltura importante per millenni.
Non era però un cereale particolarmente semplice da trasformare in farina.
La sua struttura richiedeva una lavorazione più lunga rispetto ai moderni frumenti a trebbiatura libera. Dopo la raccolta, le spighette dovevano essere aperte senza danneggiare eccessivamente i chicchi. Questo rendeva necessarie operazioni di pestatura, ventilazione e setacciatura.
Il ritrovamento di cereali conservati sotto forma di spighette intere, come documentato anche ad Amarna, suggerisce inoltre che parte della lavorazione potesse essere effettuata solo quando il cereale era necessario. La conservazione delle spighette offriva anche un vantaggio pratico: il rivestimento proteggeva il chicco durante lo stoccaggio.
Quello che oggi considereremmo un semplice passaggio preliminare alla produzione della farina era dunque, nell’Egitto faraonico, una vera attività di trasformazione agricola.
Dal campo alla farina
La produzione del pane iniziava con la raccolta delle spighe e la trebbiatura. Le rappresentazioni egiziane mostrano frequentemente animali utilizzati per calpestare le spighe, contribuendo alla separazione del cereale dalla paglia. A questa fase seguiva la ventilazione, durante la quale il vento veniva sfruttato per separare le componenti più leggere.

Fonte: Attia, V. I. S. (2017)
Ma il vero lavoro cominciava con la lavorazione delle spighette. L’emmer veniva pestato in mortai, spesso di pietra, utilizzando pestelli di legno. Gli studi sperimentali hanno mostrato quanto fosse importante l’acqua in questa fase: inumidire le spighette rendeva più flessibili le glume e facilitava la liberazione dei chicchi, riducendo il rischio di danneggiarli.
Il procedimento produceva però una miscela tutt’altro che pronta per essere trasformata in farina. Al suo interno rimanevano chicchi liberi, frammenti di gluma e spighette ancora parzialmente chiuse. Occorreva quindi procedere con ulteriori operazioni di ventilazione e setacciatura, spesso ripetute più volte.

Fonte: Attia, V. I. S. (2017)
Era un lavoro lungo e fisicamente impegnativo, ma nulla andava necessariamente perduto. I materiali separati durante la lavorazione potevano essere destinati a diversi usi, compreso il foraggio o il combustibile. Una volta ottenuto il cereale pulito, arrivava il momento della macinazione.
Le macine e il lavoro delle donne
La farina veniva ottenuta prevalentemente mediante macine a sella, strumenti costituiti da una superficie litica sulla quale il cereale veniva frantumato attraverso un movimento ripetuto avanti e indietro.
Le scene funerarie mostrano frequentemente donne inginocchiate davanti alle macine, impegnate nella trasformazione del cereale.

Fonte: thecuriousegyptologist.com
Questa iconografia è particolarmente importante perché permette di riconoscere una divisione del lavoro all’interno delle attività alimentari domestiche. Studi recenti hanno infatti dimostrato che le tecniche tradizionali di macinazione potevano produrre farine sorprendentemente fini. L’idea, un tempo molto diffusa, secondo cui il pane egiziano fosse necessariamente grossolano e pieno di impurità non trova quindi una conferma generale.
La differenza tra i pani che oggi consideriamo “grossolani” e quelli più raffinati potrebbe quindi dipendere non soltanto dalla tecnologia disponibile, ma anche dal tipo di farina utilizzata, dal grado di setacciatura e, soprattutto, dalla destinazione del prodotto.
La preparazione dell’impasto
Una volta ottenuta la farina, si passava alla preparazione dell’impasto. L’ingrediente fondamentale era naturalmente l’acqua, ma gli impasti potevano essere arricchiti con altri prodotti, tra cui latte, miele e frutta.
Tra gli ingredienti aggiunti figuravano anche datteri e fichi, come hanno dimostrato le analisi di alcuni pani antichi. Uno studio delle pagnotte egiziane conservate ha infatti identificato, oltre all’emmer, anche farina d’orzo e ingredienti vegetali come fichi e datteri. Il risultato era tutt’altro che uniforme.

Fonte: www.metmuseum.org
Il pane egiziano poteva presentarsi in forme, dimensioni e consistenze differenti. Esistevano focacce piatte, pani più spessi, forme allungate e pani conici. Alcuni potevano essere aromatizzati con frutta o spezie, mentre altri incorporavano cereali spezzati o precotti.
Le collezioni museali conservano ancora oggi esempi straordinari di queste diverse tipologie. Il Metropolitan Museum of Art conserva, per esempio, pani provenienti dalla tomba di Hatnefer, databili all’inizio della XVIII dinastia: tra questi vi sono pagnotte rotonde, pani conici e forme particolari, deposte insieme ad altri alimenti come datteri e uva passa.
La varietà non era dunque soltanto teorica: è documentata direttamente dai reperti.
Pane lievitato e pane non lievitato
Una delle questioni più interessanti riguarda la lievitazione. Non tutti i pani egiziani erano lievitati. Accanto ai pani fermentati esistevano preparazioni non lievitate, spesso più semplici e veloci da cuocere.
Le focacce potevano essere cotte rapidamente su superfici calde o direttamente sui supporti utilizzati per la cottura. Altri impasti, invece, venivano lasciati fermentare grazie ai microrganismi naturalmente presenti nella farina e nell’ambiente.
L’archeologia sperimentale e l’analisi microscopica hanno fornito importanti indicazioni. Alcuni pani del Nuovo Regno mostrano infatti caratteristiche compatibili con la fermentazione, e sono state individuate tracce riconducibili al lievito. Una ricerca condotta su pani egiziani ha evidenziato anche la presenza di strutture interne riconducibili alla produzione di gas durante la fermentazione.

Fonte: www.metmuseum.org
È quindi plausibile che la fermentazione spontanea fosse sfruttata intenzionalmente, anche se non è possibile stabilire con assoluta certezza che tutte le tecniche fossero uniformi nel tempo e nello spazio.
La relazione tra pane e birra è invece particolarmente evidente nelle fonti egiziane.
I due prodotti condividevano infatti materie prime e strutture produttive, e numerose rappresentazioni mostrano le attività di panificazione e produzione della birra nello stesso contesto. Un celebre modello proveniente dalla tomba di Meketre, databile al Medio Regno, raffigura insieme una panetteria e un birrificio, con uomini e donne impegnati nelle diverse fasi della lavorazione.
Questo non significa però che il pane destinato al consumo quotidiano fosse semplicemente “trasformato in birra”. La relazione tra le due produzioni era più complessa e la ricerca archeologica ha messo in discussione alcune delle ricostruzioni più semplicistiche del processo.
Resta comunque evidente che pane e birra costituivano una coppia fondamentale dell’alimentazione egiziana.
Quanti tipi di pane esistevano?
Parlare genericamente di “pane egiziano” rischia quindi di essere fuorviante.
Le forme erano numerose. Alcuni pani erano semplici dischi o focacce, altri avevano forme allungate o coniche, mentre altri ancora potevano essere modellati in forme particolari, comprese rappresentazioni di animali o figure umane.

Fonte: Attia, V. I. S. (2017)
Le raffigurazioni tombali e i reperti archeologici mostrano inoltre che il pane poteva essere arricchito con diversi ingredienti. Tra questi troviamo datteri, fichi e coriandolo, mentre alcuni impasti potevano contenere cereali spezzati. In questo senso, alcuni pani dell’antico Egitto ricordano sorprendentemente prodotti che oggi definiremmo “multicereali”.
Ma esiste un dettaglio ancora più interessante. Non tutto ciò che chiamiamo “pane” nei ritrovamenti archeologici era necessariamente destinato a essere mangiato.
Il pane che non doveva essere mangiato
Le tombe egiziane hanno restituito pani e prodotti da forno che, a prima vista, possono apparire sorprendentemente grossolani o addirittura inadatti al consumo. Alcuni contengono infatti elevate quantità di pula, impurità e sabbia. La spiegazione potrebbe risiedere nella loro funzione.
Il pane deposto nella tomba non doveva necessariamente rappresentare un alimento destinato a essere consumato fisicamente dal defunto. Poteva costituire una offerta simbolica, parte di un sistema rituale nel quale l’immagine, la formula scritta e l’oggetto materiale contribuivano insieme a garantire al defunto il necessario sostentamento nell’aldilà.

Fonte: www.metmuseum.org
Questa distinzione è fondamentale per interpretare correttamente i reperti.
Alcuni pani antichi mostrano infatti una lavorazione accurata e una tessitura fine, mentre altri appaiono molto più grossolani. Non è quindi corretto utilizzare tutti questi esemplari come prova del livello medio della panificazione egiziana. Anche la presenza di veri pani nelle tombe è ben documentata. Nella tomba di Hatnefer, per esempio, furono rinvenuti diversi pani insieme ad altri alimenti, evidentemente destinati a costituire parte delle provviste funerarie.
I forni dell’Antico Egitto
Una volta preparato l’impasto rimaneva una delle fasi decisive: la cottura. Anche la tecnologia dei forni cambiò nel corso dei secoli.
Secondo la ricostruzione riportata nel testo di partenza, durante l’Antico Regno gli impasti potevano essere cotti in stampi di terracotta, riscaldati direttamente sulle braci. Nel corso del Medio Regno compaiono strutture più elaborate, mentre nel Nuovo Regno si affermano forni verticali in argilla che consentivano una gestione più efficiente del calore.

Fonte: www.amarnaproject.com
Le rappresentazioni funerarie permettono di seguire queste trasformazioni. In una scena proveniente dalla tomba di Raemkai a Saqqara, databile alla V dinastia, sono rappresentate diverse fasi della produzione: donne che macinano il cereale, operazioni di pulizia e setacciatura della farina, uomini che impastano e forni o stampi utilizzati per la cottura.
Nel Nuovo Regno si sviluppò una tecnica particolarmente interessante: l’impasto veniva applicato alle pareti interne preriscaldate di grandi forni verticali. Il principio ricorda quello dei moderni tandoor. I dischi di pasta aderivano alla superficie calda, cuocendo rapidamente grazie all’intenso calore accumulato dalle pareti. Una volta terminata la cottura, il pane veniva staccato. Questa tecnica consentiva di ottenere pani relativamente sottili e di sfruttare efficacemente il calore del forno.
Dai piccoli forni alle grandi panetterie
I forni non erano però soltanto strumenti domestici. L’archeologia ha restituito testimonianze di produzione alimentare su larga scala, soprattutto nei grandi insediamenti.
Uno dei casi più importanti è quello di Giza, dove l’area abitativa associata alla costruzione delle piramidi ha restituito evidenze relative alla produzione di pane e birra. Gli studi sul sito di Heit el-Ghurab mostrano l’importanza del pane nell’alimentazione, nell’economia e nelle pratiche rituali della comunità.
Anche Amarna ha restituito importanti testimonianze di produzione alimentare.
È significativo che la produzione su larga scala non dovesse necessariamente dipendere da un’unica enorme panetteria centralizzata. Le evidenze archeologiche indicano piuttosto una moltiplicazione di unità produttive relativamente piccole, che insieme potevano garantire una produzione considerevole.
Questo ci ricorda che parlare di “panetteria” nell’antico Egitto può significare realtà molto diverse: dal piccolo spazio domestico alla produzione organizzata destinata a comunità numerose, istituzioni, templi o gruppi di lavoratori.
Il pane e i lavoratori di Giza
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra pane, lavoro e sistema economico.
In una società nella quale la moneta non costituiva ancora il normale strumento di pagamento quotidiano, le razioni alimentari rappresentavano una componente fondamentale della remunerazione.
Pane e birra erano tra le principali forme di razione assegnate ai lavoratori. Le testimonianze provenienti da Giza mostrano quanto questi alimenti fossero importanti per sostenere le comunità impegnate nei grandi progetti statali.
Il pane non era quindi semplicemente ciò che il lavoratore mangiava dopo una giornata di lavoro: faceva parte dello stesso sistema economico che permetteva di organizzare e sostenere la forza lavoro.
Persino alcune testimonianze provenienti dalle fortezze egiziane in Nubia mostrano l’importanza delle razioni di pane: esistono infatti piccoli oggetti iscritti associati alla distribuzione delle razioni di pane ai soldati.
La produzione cerealicola, la trasformazione in farina e la panificazione erano quindi direttamente collegate all’amministrazione dello Stato.
Il pane nella religione e nell’aldilà
La dimensione economica non esaurisce però il significato del pane. Per gli Egizi, garantire il nutrimento del defunto era essenziale per la sua esistenza nell’aldilà. Per questo il pane compare continuamente nelle formule d’offerta, nelle rappresentazioni delle tavole imbandite e nei corredi funerari.
Nelle scene delle tombe il defunto è spesso rappresentato davanti a tavole cariche di alimenti, con file di pani accuratamente organizzate. Queste rappresentazioni non devono essere considerate semplici immagini decorative: fanno parte della costruzione rituale dell’esistenza ultraterrena.

Fonte: www.metmuseum.org
La presenza del pane nell’aldilà è inoltre direttamente attestata dai testi funerari. Nel Libro dei Morti, per esempio, compaiono riferimenti a pane, birra, orzo ed emmer come elementi della disponibilità alimentare del defunto nella dimensione ultraterrena.
La tavola d’offerta stessa poteva assumere una forma simbolicamente legata al pane. Il British Museum conserva una tavola sulla quale la disposizione delle offerte, compresi pani e altri alimenti, contribuisce a formare il segno geroglifico associato alle offerte.
Il pane era dunque profondamente inserito nella concezione egiziana della continuità tra vita terrena e vita dopo la morte.
La riscoperta di un’antica tecnologia
Gli studi sperimentali hanno avuto un ruolo particolarmente importante.
Ricreare le operazioni di lavorazione dell’emmer permette infatti di comprendere quanto lavoro fosse necessario per arrivare dal cereale alla farina. Le prove sperimentali hanno confermato la complessità della decorticazione, ma hanno anche dimostrato che, con strumenti appropriati e una corretta sequenza di lavorazione, era possibile ottenere farine di qualità elevata.
Ancora più interessante è il confronto con i reperti conservati.
Nel 2017, per esempio, ricercatori dell’ University College London UCL hanno utilizzato un pane proveniente dalla tomba di Hatshepsut, insieme a emmer antico e residui di birra, per illustrare sperimentalmente alcune delle tecniche utilizzate nella produzione alimentare egiziana. Il confronto tra analisi microscopiche, reperti e ricostruzioni sperimentali ha permesso di comprendere meglio ingredienti, lavorazione e cottura.
Queste ricerche mostrano quanto l’archeologia dell’alimentazione possa andare oltre la semplice identificazione di ciò che gli Egizi mangiavano.
Studiare un pane antico significa infatti studiare agricoltura, tecnologia, ambiente, lavoro, economia, ritualità e organizzazione sociale.
Fonte
- Attia, V. I. S. (2017, aprile). Bread in Ancient Egypt. ResearchGate.
- thecuriousegyptologist.com
- Samuel, D. (1993). Ancient Egyptian cereal processing: beyond the artistic record. Cambridge Archaeological Journal, 3(2), 276-283.
- Samuel, D. (1999). A new look at old bread: ancient Egyptian baking. Archaeology International, 3(1).
Se volete approfondire il tema dell’alimentazione nell’Antico Egitto, potete visitare la nostra Raccolta Bibliografica, sezione “Alimentarsi al tempo dei Faraoni“.
A cura di Claudio Lombardelli


