Con rigore metodologico e dati bioarcheologici aggiornati, un nuovo studio smonta l’ipotesi di un’epidemia ad Akhetaten nel XIV secolo a.C., rivelando come la narrazione della “peste egizia” sia più mito storiografico che realtà storica.

Fonte: www.journals.uchicago.edu
Introduzione
Un recente studio pubblicato sull’American Journal of Archaeology da Gretchen R. Dabbs (Southern Illinois University) e Anna Stevens (University of Cambridge) mette in discussione una delle ipotesi più longeve e suggestive della storia dell’antico Egitto: l’idea che la misteriosa e repentina fine della città di Akhetaten (moderna Amarna) sia stata causata da un’epidemia devastante. Attraverso un’analisi integrata di dati archeologici, bioarcheologici e demografici, le autrici concludono che non vi siano prove empiriche sufficienti per sostenere l’ipotesi di una crisi epidemica nella città fondata da Akhenaton nel XIV secolo a.C.
Il contesto storico e il mito dell’epidemia
Akhetaten fu fondata da Akhenaton (regno ca. 1352–1336 a.C.), noto per la sua rivoluzionaria riforma religiosa incentrata sul culto esclusivo del dio solare Aton. La città, costruita ex novo in una valle isolata lungo il Nilo, fu abitata per circa vent’anni prima di essere abbandonata poco dopo la morte del faraone. La sua breve esistenza e l’apparente concentrazione di morti nella famiglia reale hanno alimentato per decenni l’ipotesi che un’epidemia possa averne causato il declino.

Fonte: Dabbs, G. R., & Stevens, A. (2025)
A rafforzare questa narrazione sono stati i cosiddetti “plague prayers” del re ittita Muršili II (ca. 1330–1295 a.C.), che attribuiscono a prigionieri egiziani la diffusione di una pestilenza nel regno ittita. Anche alcune Lettere di Amarna (in particolare EA 35) menzionano malattie diffuse in città come Megiddo, Byblos e Sumur, ma nessuna fonte testuale antica attesta direttamente la presenza di un’epidemia ad Akhetaten.
L’approccio metodologico: archeologia e bioarcheologia a confronto
Dabbs e Stevens hanno adottato un approccio comparativo, confrontando i dati provenienti da Amarna con i modelli archeologici e bioarcheologici sviluppati per siti colpiti da epidemie storicamente documentate, come quelli dell’Europa medievale. Tali modelli includono indicatori come:
- Aumento improvviso del numero di sepolture
- Sepolture multiple e disordinate
- Tracce di sepolture d’emergenza o fosse comuni
- Alterazioni nei modelli demografici (es. aumento della mortalità infantile o giovanile)
- Evidenze paleopatologiche di malattie infettive
I dati di Amarna: un quadro complesso ma coerente
Tra il 2005 e il 2022, gli scavi nei cimiteri non-elitari di Amarna (South Tombs, North Cliffs, North Desert e North Tombs Cemeteries) hanno portato alla luce 889 interramenti, su una stima complessiva di 11.350–12.950 sepolture. L’analisi dei resti scheletrici ha rivelato segni di stress fisiologico (bassa statura, ipoplasia dello smalto dentale, traumi vertebrali, artrosi), ma non un’incidenza significativa di patologie infettive. La tubercolosi, ad esempio, è stata identificata solo in sette individui.

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Le sepolture, inoltre, non mostrano segni di fretta o disordine: i corpi erano deposti con cura, spesso accompagnati da corredi funerari, tessuti e stuoie. Le sepolture multiple, sebbene più frequenti del previsto, sembrano riflettere pratiche culturali (es. sepolture di madri con figli) piuttosto che risposte a una crisi sanitaria.

Fonte: Dabbs, G. R., & Stevens, A. (2025)
Demografia e abbandono della città

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La modellazione paleodemografica ha mostrato che il numero di morti è compatibile con le stime della popolazione urbana e della durata dell’occupazione. Non si osservano picchi di mortalità tali da suggerire un evento epidemico. Anche l’abbandono della città appare graduale e ordinato, con raccolta sistematica dei beni e una parziale continuità di occupazione dopo la morte di Akhenaton.
Perché l’ipotesi epidemica ha avuto tanto successo?
Secondo Dabbs, la persistenza dell’ipotesi epidemica è dovuta a una convergenza di indizi testuali e iconografici: le morti ravvicinate di membri della famiglia reale, le menzioni di pestilenze nelle Lettere di Amarna e nei testi ittiti, e la venerazione di Sekhmet, dea della pestilenza, da parte di Amenhotep III. Tuttavia, questi elementi provengono da contesti geografici e cronologici differenti, e non possono essere automaticamente applicati ad Akhetaten senza un’analisi critica.
Conclusioni: un nuovo paradigma interpretativo
Lo studio di Dabbs e Stevens rappresenta un importante contributo alla bioarcheologia dell’antico Egitto e invita a una maggiore cautela nell’uso delle fonti testuali per interpretare eventi sanitari del passato. L’assenza di prove archeologiche e bioarcheologiche coerenti con un’epidemia ad Akhetaten suggerisce che la città non fu teatro di una crisi sanitaria su larga scala. Piuttosto, le difficoltà vissute dalla popolazione sembrano riflettere condizioni socioeconomiche precarie, più che un evento epidemico catastrofico.
Come sottolineano le autrici, è fondamentale evitare di proiettare modelli epidemiologici moderni o narrativi storici esterni su contesti locali senza un’adeguata verifica empirica. In questo senso, Amarna si conferma un laboratorio privilegiato per lo studio delle dinamiche urbane e sanitarie nell’antico Egitto, ma anche un monito contro le semplificazioni storiografiche.
Fonte
- archaeologymag.com
- phys.org/news
- www.journals.uchicago.edu
- Dabbs, G. R., & Stevens, A. (2025). Mortality Crisis at Akhetaten? Amarna and the Bioarchaeology of the Late Bronze Age Mediterranean Epidemic. American Journal of Archaeology, 129(4), 455-489.
Claudio Lombardelli


