Una missione archeologica ceca ha riportato alla luce e documentato tombe di alti funzionari e sacerdoti dell’Antico Regno, esplorate solo in parte nell’Ottocento. Tra i risultati più importanti figurano la cappella funeraria di Ikhetnefert, moglie di Sabu, e il sarcofago in calcare di suo figlio Ptahshepses, un funzionario che avrebbe raggiunto un ruolo di primo piano alla corte dei sovrani della V dinastia.

Fonte: Ministry of Tourism and Antiquities (Pagina FB)
Introduzione
A Saqqara il lavoro degli archeologi permette di ricostruire nuove pagine della vita delle élite dell’Antico Regno. Questa volta, però, la novità non consiste tanto nella scoperta di tombe completamente sconosciute, quanto nel ritorno su monumenti già esplorati nel XIX secolo, ma mai documentati integralmente. Una missione del Czech Institute of Egyptology dell’Università Carolina di Praga ha ripreso le indagini su alcune sepolture di alti funzionari e sacerdoti del dio Ptah, riportando alla luce strutture e decorazioni che contribuiscono a ricostruire la storia di una famiglia vissuta durante la V dinastia.

Fonte: english.ahram.org
I risultati sono stati presentati il 27 ottobre 2026, in occasione di una visita del ministro egiziano del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, ai cantieri archeologici della necropoli. Tra i complessi esaminati figurano le tombe di Sabu e di suo figlio Ptahshepses.
Il ritrovamento della cappella funeraria di Ikhetnefert, moglie di Sabu, e il recupero del contesto sepolcrale del figlio offrono nuove informazioni sui legami familiari, sul rango sociale e sulle pratiche funerarie dei personaggi più influenti della società egizia.
Una necropoli già esplorata nell’Ottocento
Le tombe oggetto delle indagini erano state individuate durante le esplorazioni condotte dall’egittologo francese Auguste Mariette tra il 1858 e il 1860. In quegli anni Mariette, che avrebbe fondato il Servizio egiziano delle antichità, esplorò numerose sepolture dell’Antico Regno a Saqqara. Le indagini, tuttavia, si concentrarono su alcune parti dei monumenti, come le cappelle delle offerte, i corridoi e determinate camere funerarie, senza documentare in modo sistematico tutti gli elementi architettonici.

Fonte: Ministry of Tourism and Antiquities (Pagina FB)
Con il passare del tempo, la sabbia del deserto ricoprì nuovamente alcune strutture, rendendone più difficile l’individuazione e lo studio. Il progetto della missione ceca mira proprio a recuperare questi complessi, ricostruirne l’organizzazione architettonica e registrarne le decorazioni e le iscrizioni con metodi di documentazione moderni.
Non si tratta, dunque, soltanto di riportare alla luce monumenti già noti. Una nuova documentazione può permettere di comprendere meglio la disposizione degli ambienti, le relazioni tra le diverse sepolture e il significato delle scene raffigurate sulle pareti e sugli elementi architettonici.
Sabu e la cappella della moglie Ikhetnefert
La tomba di Sabu si trova a nord di quella del figlio Ptahshepses. È una grande mastaba, con dimensioni riportate di circa 54 per 28 metri e un’altezza originaria stimata intorno ai cinque metri. Le facciate esterne presentano una decorazione architettonica che richiama quella dei palazzi reali, un elemento che sottolinea il prestigio del proprietario e l’importanza del monumento nel paesaggio funerario.
All’interno della cappella delle offerte sono stati documentati rilievi ben conservati, nei quali Sabu e il figlio Ptahshepses compaiono mentre sovrintendono a processioni di portatori di offerte. Queste scene non sono semplici decorazioni: nell’arte funeraria egizia, la rappresentazione delle offerte e delle attività legate al culto del defunto contribuiva a garantire simbolicamente la continuità del suo sostentamento nell’aldilà.

Fonte: Ministry of Tourism and Antiquities (Pagina FB)
Il risultato più significativo riguarda però Ikhetnefert, moglie di Sabu. La missione ha individuato per la prima volta la sua cappella funeraria, non identificata durante gli scavi ottocenteschi. Al suo interno è stata documentata una falsa porta decorata con le immagini della donna insieme al marito e ai loro due figli, Ptahshepses e Ra-nefer.
La falsa porta era un elemento fondamentale dell’architettura funeraria egizia: collocata nella cappella delle offerte, rappresentava simbolicamente un punto di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Attraverso questo spazio rituale, il defunto poteva ricevere le offerte e mantenere il proprio legame con i familiari e con il culto funerario.

Nel caso di Ikhetnefert, la presenza dei membri della famiglia sulla stessa falsa porta offre una testimonianza particolarmente interessante. Le immagini permettono infatti di osservare come il nucleo familiare fosse rappresentato all’interno del contesto funerario e contribuiscono a chiarire i rapporti tra i suoi componenti. È un’informazione preziosa, perché le tombe dell’élite non raccontano soltanto la posizione sociale del singolo individuo, ma anche le relazioni attraverso le quali si trasmettevano prestigio, memoria e identità.
La tomba di Ptahshepses e il sarcofago in calcare
Un altro risultato importante riguarda la tomba di Ptahshepses. La missione è riuscita a individuarne nuovamente la posizione grazie all’impiego di immagini satellitari e ricognizioni sul terreno, ricostruendo un complesso che comprende una cappella delle offerte e un ingresso decorato.
Le scene conservate presso l’accesso raffigurano processioni di portatori di offerte e attività legate alla macellazione rituale degli animali. Anche in questo caso, la decorazione rimanda al sistema di pratiche che garantiva il culto funerario e il sostentamento simbolico del defunto.

Fonte: see.news
All’interno della camera funeraria è stato rinvenuto un sarcofago in calcare contenente i resti di Ptahshepses. La sepoltura era stata saccheggiata già nell’antichità e i gioielli e gli altri oggetti preziosi che potevano accompagnare il defunto sono andati perduti. La conservazione dei resti mummificati ha tuttavia permesso a un gruppo di antropologi egiziani di esaminare i resti umani.
Secondo quanto riferito da Mohamed Abdel-Badei, responsabile del Settore delle Antichità Egizie del Consiglio Supremo delle Antichità, Ptahshepses morì dopo aver superato i sessant’anni. Per l’epoca si trattava di un’età avanzata, che costituisce un dato significativo per lo studio della sua biografia. L’esame dei resti potrà inoltre contribuire a ricostruire aspetti della sua storia biologica, da integrare con le informazioni ricavate dalle iscrizioni e dal contesto archeologico.
Un funzionario legato alla famiglia reale
Ptahshepses ricoprì incarichi di alto livello durante il regno di quattro sovrani della V dinastia: Sahura, Neferirkara, Raneferef e Niuserra. Una carriera protratta sotto diversi sovrani testimonia la posizione di rilievo raggiunta nell’amministrazione dello Stato e il ruolo che potevano svolgere i funzionari nell’organizzazione politica e religiosa dell’Antico Regno.
Secondo le informazioni riportate dalle autorità archeologiche egiziane, Ptahshepses avrebbe sposato Khamerernebty, chiamata anche Kha-maat, figlia di Userkaf, fondatore della V dinastia. Le fonti presentano questo matrimonio come un caso eccezionale: Ptahshepses sarebbe stato il primo funzionario esterno alla famiglia reale a sposare una principessa egizia.

L’unione è importante perché richiama il rapporto tra l’amministrazione e la monarchia. Nell’antico Egitto, il prestigio dei funzionari non dipendeva soltanto dalle cariche ricoperte, ma poteva essere rafforzato anche attraverso legami matrimoniali con la famiglia del sovrano. Nel caso di Ptahshepses, la carriera e il matrimonio con una principessa delineano il profilo di un personaggio che aveva raggiunto una posizione particolarmente elevata nella società della V dinastia.
Questa informazione va comunque letta nel quadro delle testimonianze disponibili e delle interpretazioni degli studiosi: sono le iscrizioni, i titoli e il contesto storico a consentire di ricostruire la posizione del funzionario e il suo rapporto con la corte.
Nuove informazioni sulla società dell’Antico Regno
Le indagini della missione ceca mostrano quanto sia importante tornare su siti già esplorati, soprattutto quando gli scavi antichi non erano accompagnati da una documentazione completa. La cappella di Ikhetnefert amplia le conoscenze sulla famiglia di Sabu, mentre il sarcofago di Ptahshepses e i resti umani conservati permettono di affiancare allo studio delle iscrizioni quello dei resti materiali.
Le decorazioni delle mastabe, le scene di offerta e le rappresentazioni dei membri della famiglia contribuiscono inoltre a comprendere come i funzionari di alto rango costruissero e tramandassero la propria memoria. Le tombe erano luoghi di sepoltura, ma anche spazi nei quali venivano affermati lo status sociale, i legami familiari e il rapporto con il sistema religioso e politico della monarchia.
La missione proseguirà con ulteriori attività di scavo, documentazione e restauro.
Fonte
A cura di Claudio Lombardelli


