Una prescrizione del Papiro Ebers, redatto oltre 3.500 anni fa, consigliava il latte materno per trattare alcune malattie degli occhi. Oggi un nuovo studio scientifico rivaluta quel rimedio alla luce delle moderne conoscenze sulla biologia oculare e sui fattori di crescita presenti nel latte umano. Non si tratta di una terapia da replicare, ma di un esempio sorprendente di come l’osservazione empirica degli antichi Egizi possa ancora ispirare la ricerca contemporanea.

Fonte: www.ancient-origins.net
Introduzione
Per secoli è stato considerato poco più di una curiosità della medicina dell’antico Egitto, un rimedio sospeso tra pratica terapeutica e simbolismo religioso. Eppure, una delle prescrizioni contenute nel celebre Papiro Ebers, che raccomanda l’impiego del latte materno per curare alcune malattie degli occhi, potrebbe avere avuto un fondamento biologico molto più solido di quanto si sia creduto finora. A suggerirlo è una revisione pubblicata sul Journal of Ocular Pharmacology and Therapeutics, che mette a confronto le antiche ricette egizie con le più recenti conoscenze di biologia oculare e medicina rigenerativa.
Ancora una volta, la ricerca mostra come gli antichi Egizi fossero osservatori straordinariamente attenti del corpo umano. Pur privi degli strumenti della medicina moderna, erano capaci di riconoscere gli effetti terapeutici di sostanze naturali attraverso l’esperienza clinica, tramandandoli nei loro papiri medici. Alcune di quelle intuizioni, oggi, stanno trovando una sorprendente conferma.
Il Papiro Ebers: uno dei più grandi trattati medici dell’antichità
Datato intorno al 1550 a.C., ma probabilmente basato su conoscenze molto più antiche, il Papiro Ebers rappresenta uno dei documenti fondamentali per comprendere la medicina faraonica. Lungo oltre venti metri, raccoglie più di ottocento prescrizioni terapeutiche dedicate a praticamente ogni parte del corpo umano, dalle malattie gastrointestinali ai disturbi cardiaci, passando naturalmente per l’oftalmologia.

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Gli occhi occupavano un posto centrale nella medicina egizia. Le frequenti tempeste di sabbia, il clima desertico e le infezioni rendevano le patologie oculari estremamente diffuse. Non sorprende quindi che numerose sezioni del papiro siano dedicate proprio alla loro cura.
Tra le ricette compaiono quattro preparazioni che prevedono l’applicazione di latte materno direttamente sull’occhio per trattare infiammazioni, emorragie, arrossamenti e alterazioni della vista. Per lungo tempo queste prescrizioni sono state interpretate soprattutto in chiave religiosa, poiché il latte materno richiamava la figura della dea Iside, madre e nutrice del dio Horus. Tuttavia, gli autori del nuovo studio suggeriscono che dietro il linguaggio simbolico si nascondesse una reale osservazione clinica.
Perché proprio il latte di una madre?
Uno degli aspetti più curiosi delle ricette riguarda la precisa indicazione che il latte dovesse provenire da una donna che aveva partorito un figlio maschio.

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Tradizionalmente questo dettaglio è stato spiegato come un riferimento al mito di Iside e Horus. Ma secondo i ricercatori potrebbe esistere anche una spiegazione pratica. L’indicazione avrebbe infatti garantito che la donna fosse certamente in piena fase di allattamento e producesse un latte ricco di componenti biologicamente attivi, particolarmente abbondanti soprattutto nei primi mesi dopo il parto.
In altre parole, gli antichi medici egizi potrebbero aver codificato, attraverso il linguaggio religioso, un criterio empirico per scegliere il materiale terapeutico più efficace.
Cosa contiene davvero il latte materno
La ricerca moderna permette oggi di comprendere perché questo rimedio potesse funzionare almeno in alcune situazioni.
Il latte umano è un fluido biologico straordinariamente complesso. Oltre a fornire nutrimento al neonato, contiene anticorpi, enzimi antimicrobici, proteine immunitarie, citochine e numerosi fattori di crescita coinvolti nella riparazione dei tessuti.
Tra questi spiccano l’Epidermal Growth Factor (EGF), il Transforming Growth Factor-α (TGF-α) e l’Insulin-like Growth Factor-1 (IGF-1), molecole che favoriscono la proliferazione delle cellule della cornea, accelerano la rigenerazione dell’epitelio oculare e contribuiscono a ridurre i processi infiammatori.
Si tratta degli stessi meccanismi biologici sfruttati oggi da alcune delle più sofisticate terapie oftalmologiche, come i colliri ottenuti dal siero autologo del paziente, utilizzati nei casi più gravi di Dry Eye Disease, la sindrome dell’occhio secco.
Dall’antico rimedio alle moderne terapie rigenerative
Gli autori della revisione sottolineano come la composizione del latte materno presenti sorprendenti analogie con quella delle lacrime artificiali biologiche e dei preparati a base di siero autologo.
Entrambi contengono fattori di crescita capaci di stimolare la guarigione della superficie oculare e di ristabilire l’equilibrio del film lacrimale. Questa somiglianza ha portato i ricercatori a ipotizzare che il latte umano possa rappresentare una fonte naturale di molecole terapeutiche, o almeno un modello biologico da cui sviluppare nuovi trattamenti.
L’idea, dunque, non è sostituire le terapie moderne con un rimedio antico, ma comprendere come un’intuizione empirica di oltre tre millenni fa possa ispirare nuove strategie terapeutiche.
Gli studi sperimentali sembrano dare ragione agli Egizi
Il paper prende in esame anche alcune ricerche sperimentali condotte negli ultimi anni.
In particolare, uno studio realizzato presso l’Università del Colorado ha osservato che l’applicazione di latte materno su lesioni corneali sperimentali accelera la riepitelizzazione della cornea, aumenta la proliferazione cellulare e favorisce una guarigione più rapida rispetto ai controlli. Altri lavori suggeriscono inoltre un’attività antibatterica e antinfiammatoria nei confronti di alcuni microrganismi responsabili delle infezioni oculari.

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I risultati sono promettenti, ma gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. La maggior parte delle evidenze deriva infatti da modelli sperimentali o da studi pilota, mentre mancano ancora sperimentazioni cliniche di ampie dimensioni che possano confermare efficacia e sicurezza nell’uomo.
Il colostro bovino potrebbe rappresentare il futuro
Un aspetto particolarmente interessante della ricerca riguarda il possibile utilizzo del colostro bovino.
Questo primo latte prodotto dopo il parto possiede una concentrazione molto elevata di immunoglobuline, fattori di crescita e proteine bioattive. Secondo gli autori, potrebbe costituire una valida alternativa biologica ai costosi preparati a base di siero autologo, rendendo più accessibili alcune terapie per la superficie oculare.
Anche in questo caso siamo ancora nelle fasi iniziali della ricerca, ma il principio è affascinante: un rimedio nato sulle rive del Nilo potrebbe ispirare lo sviluppo di nuove formulazioni oftalmologiche del XXI secolo.
Quando gli Egizi osservavano ciò che la biochimica avrebbe spiegato millenni dopo
La medicina faraonica viene spesso descritta come un insieme di pratiche magiche e rituali. In realtà, i papiri medici raccontano una realtà molto più complessa. Gli antichi medici osservavano, sperimentavano, confrontavano i risultati e tramandavano le terapie che sembravano funzionare, integrando naturalmente queste conoscenze all’interno della loro visione religiosa del mondo.

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Il latte materno rappresenta uno degli esempi più affascinanti di questa medicina empirica. Gli Egizi non conoscevano i fattori di crescita, le citochine o le immunoglobuline, ma avevano probabilmente osservato che quella sostanza favoriva la guarigione di alcune affezioni oculari. Oggi la biologia molecolare offre una possibile spiegazione a quell’antica intuizione.
Un’antica ricetta che continua a parlare alla medicina moderna
La nuova ricerca non dimostra che il latte materno debba essere utilizzato come terapia per le malattie degli occhi, né invita a ricorrere a rimedi fai da te, che potrebbero anzi risultare pericolosi in presenza di infezioni o altre patologie oculari. Il suo valore è un altro: mostra come la rilettura delle fonti storiche possa suggerire nuove piste di ricerca e come alcune osservazioni della medicina antica meritino di essere indagate con gli strumenti della scienza contemporanea.
A oltre tremilacinquecento anni dalla sua stesura, il Papiro Ebers continua così a sorprendere. Le sue pagine non raccontano soltanto la storia della medicina egizia, ma ricordano che il confine tra tradizione e innovazione è spesso molto più sottile di quanto immaginiamo. E, ancora una volta, l’Antico Egitto dimostra di avere molto da insegnare anche alla medicina del futuro.
Fonte
- Maskill, D., Blizzard, R. M., & Okonkwo, A. (2026). Human Milk in Dry Eye Disease: A Narrative Review with Historical Translation from the Ebers Papyrus. Journal of Ocular Pharmacology and Therapeutics, 42(5), 280-288.
- www.europesays.com
- www.newsbreak.com
- www.ancient-origins.net
Claudio Lombardelli


