Un nuovo studio pubblicato su PLOS ONE propone una sorprendente ipotesi sulla costruzione della più antica piramide monumentale d’Egitto: un complesso sistema idraulico avrebbe potuto alimentare un dispositivo capace di sollevare i blocchi di pietra dall’interno della piramide. Una teoria affascinante, ma ancora tutta da verificare.

Fonte: www.labrujulaverde.com
Introduzione
Quando pensiamo alla costruzione delle piramidi egizie, l’immagine che viene spontanea è quella delle grandi rampe, delle slitte, delle corde e di migliaia di uomini impegnati a trascinare enormi blocchi di pietra verso l’alto. Ma come furono realmente costruite le prime piramidi monumentali? E, soprattutto, quali tecnologie potevano conoscere gli architetti egizi della III dinastia?
A questa domanda cerca di rispondere uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, firmato da Xavier Landreau, Guillaume Piton, Guillaume Morin, Pascal Bartout, Laurent Touchart e altri ricercatori. Il lavoro “On the possible use of hydraulic force to assist with building the step pyramid of Saqqara”, propone una ricostruzione radicalmente diversa da quelle tradizionali: l’acqua potrebbe avere avuto un ruolo diretto nel sollevamento dei blocchi della piramide a gradoni di Djoser.
È importante chiarire fin dall’inizio che non si tratta della scoperta di un antico “ascensore idraulico” conservato nella piramide. Gli autori propongono un modello interpretativo basato sull’insieme di dati archeologici, topografici, geologici e idrologici disponibili e precisano che saranno necessarie ulteriori indagini per verificarne la validità.
Saqqara e il problema dell’acqua
La proposta parte da un elemento che potrebbe sembrare sorprendente: 4.500 anni fa il paesaggio di Saqqara era molto diverso da quello che osserviamo oggi.
La regione era certamente più arida dell’Africa nord-orientale di epoche precedenti, ma le condizioni climatiche e idrologiche dell’Antico Regno non erano identiche a quelle attuali. Gli autori prendono in considerazione un sistema di corsi d’acqua temporanei, o wadi, che potevano raccogliere le precipitazioni provenienti dalle aree desertiche situate a ovest dell’altopiano di Saqqara.

Fonte: Landreau et al. (2026)
Uno degli elementi centrali della loro ricostruzione è il wadi Abusir, il cui antico bacino idrografico viene ricostruito attraverso immagini satellitari, modelli digitali del terreno e analisi geomorfologiche.
Secondo gli autori, il bacino di drenaggio immediatamente a ovest del complesso avrebbe avuto un’estensione di circa 15 km². A questo sistema potrebbe inoltre essere stato collegato un bacino molto più vasto, quello dell’antico wadi Taflah, con un’area stimata di circa 400 km².
Non significa che davanti agli occhi degli Egizi scorresse un grande fiume permanente come il Nilo. Si tratta piuttosto della possibile presenza di sistemi idrici caratterizzati da precipitazioni, ruscellamento e, in alcuni periodi, accumuli d’acqua temporanei. Ed è proprio qui che entra in gioco una delle strutture più enigmatiche dell’area.
Il gigantesco Gisr el-Mudir potrebbe essere stato una diga?
A ovest del complesso di Djoser si trova il Gisr el-Mudir, una gigantesca struttura rettangolare che per lungo tempo è rimasta difficile da interpretare in maniera soddisfacente.
Il recinto misura circa 360 × 620 metri, presenta muri con uno spessore di circa 15 metri e si estende complessivamente per circa due chilometri.

Fonte: Landreau et al. (2026)
Nel nuovo studio gli autori propongono una reinterpretazione particolarmente interessante: il Gisr el-Mudir potrebbe avere funzionato almeno in parte come una sorta di diga di sbarramento, destinata a intercettare acqua e sedimenti provenienti dal bacino idrografico situato a monte.
In altre parole, quella che oggi appare come una gigantesca struttura monumentale potrebbe aver avuto anche una funzione pratica legata alla gestione dell’acqua.
La funzione ipotizzata non sarebbe però semplicemente quella di “contenere” l’acqua. Secondo il modello proposto, il sistema avrebbe consentito di rallentare il flusso, trattenere i sedimenti e regolare la quantità d’acqua disponibile a valle.
È una prima tessera di un mosaico molto più grande.
Il “Fossato Secco” come sistema idraulico
Un secondo elemento fondamentale è il cosiddetto Dry Moat, il grande fossato scavato nella roccia che circonda il complesso della piramide a gradoni. Il fossato è noto da tempo agli archeologi, ma il nuovo studio propone di guardarlo da una prospettiva differente.
In particolare, la porzione meridionale del fossato comprende una struttura monumentale scavata nella roccia, caratterizzata da una successione di profondi compartimenti collegati tra loro. Gli autori la definiscono Deep Trench.

Fonte: Landreau et al. (2026)
Secondo la loro interpretazione, questa struttura potrebbe avere svolto una funzione paragonabile a quella di un moderno sistema di trattamento delle acque: una prima zona avrebbe favorito la sedimentazione dei materiali più pesanti, una seconda avrebbe consentito la ritenzione dell’acqua, mentre ulteriori compartimenti avrebbero contribuito alla riduzione della torbidità.
Il Gisr el-Mudir e il Deep Trench vengono quindi interpretati come parti di un unico sistema. L’acqua proveniente dal bacino idrografico avrebbe potuto essere intercettata, rallentata e progressivamente liberata dai sedimenti prima di raggiungere il complesso monumentale.
Ma perché gli architetti di Djoser avrebbero avuto bisogno di acqua relativamente pulita? La risposta proposta dagli autori conduce direttamente al cuore della loro teoria.
Un gigantesco sistema idraulico al servizio della piramide
Secondo il modello ricostruito da Landreau e colleghi, l’acqua non sarebbe stata utilizzata soltanto per esigenze agricole, di trasporto o di approvvigionamento.
Avrebbe potuto essere sfruttata anche come fonte di energia meccanica durante la costruzione della piramide. L’idea si basa sull’interpretazione di alcuni elementi dell’architettura interna della piramide a gradoni.

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Gli autori propongono infatti che due grandi strutture verticali situate nella parte settentrionale e meridionale della piramide, tradizionalmente interpretate in relazione alla funzione funeraria, possano essere state utilizzate almeno durante la fase costruttiva come parti di un sistema di adduzione e scarico dell’acqua.
In particolare, il loro modello interpreta alcuni elementi alla base del pozzo settentrionale come compatibili con un sistema idraulico di ingresso e uscita dell’acqua. Da qui nasce l’ipotesi più sorprendente dell’intero studio.
Un “ascensore” ad acqua dentro la piramide
Immaginiamo un grande pozzo verticale. All’interno di questo spazio, secondo il modello proposto, sarebbe stata collocata una piattaforma galleggiante o un grande elemento simile a un galleggiante, probabilmente realizzato in legno e capace di sostenere un carico di pietra.
L’acqua avrebbe potuto essere immessa nel pozzo, facendo salire il galleggiante. Una volta raggiunta la quota desiderata, la piattaforma sarebbe stata bloccata, il carico trasferito e quindi il sistema sarebbe stato preparato per un nuovo ciclo.
In questo modo, l’acqua avrebbe fornito la forza necessaria per sollevare progressivamente i blocchi all’interno della struttura. Gli autori descrivono il meccanismo come una sorta di elevatore idraulico: il movimento verticale sarebbe stato ottenuto attraverso cicli di riempimento e svuotamento del pozzo. Il principio è sorprendentemente semplice.
Non sarebbe stato necessario sollevare direttamente un blocco di pietra utilizzando esclusivamente la forza muscolare: sarebbe stata l’acqua, attraverso la spinta esercitata su un grande galleggiante, a fornire parte dell’energia necessaria.
Ma come avrebbe funzionato concretamente?
Il modello proposto dagli autori non immagina che l’intera piramide sia stata costruita utilizzando esclusivamente questo sistema. Anzi, uno degli aspetti interessanti dello studio è proprio il tentativo di combinare tecniche differenti.
Le prime fasi della costruzione sarebbero state probabilmente realizzate utilizzando rampe tradizionali, che avrebbero consentito di portare i blocchi dalle cave alla zona di costruzione e di raggiungere le prime quote. Successivamente sarebbe potuto entrare in funzione il sistema idraulico.
Una volta raggiunta una determinata altezza, il meccanismo avrebbe potuto sollevare i blocchi attraverso il pozzo centrale, mentre rampe, argini e altri dispositivi avrebbero continuato a svolgere funzioni complementari.
Gli autori considerano inoltre un possibile funzionamento “a doppio uso”: durante il riempimento del pozzo l’acqua avrebbe fatto salire il sistema, mentre durante lo svuotamento il peso dell’acqua e del galleggiante avrebbe potuto essere sfruttato come contrappeso per trascinare altri carichi mediante funi e pulegge. Si tratta, naturalmente, di una ricostruzione teorica.

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Quanta acqua sarebbe servita?
È proprio su questo punto che lo studio tenta di trasformare l’ipotesi in un modello quantitativo.
I ricercatori hanno sviluppato una simulazione numerica semplificata del dispositivo per stimare la quantità di acqua necessaria e la capacità di sollevamento.
Nel modello più conservativo considerato, l’utilizzo del sistema idraulico per l’intera costruzione della piramide avrebbe richiesto fino a circa 18 milioni di m3 d’acqua. L’impiego combinato del sollevamento idraulico e dell’azione di trascinamento durante lo svuotamento avrebbe però potuto ridurre sensibilmente il consumo stimato.
Il confronto con le risorse idriche potenzialmente disponibili è quindi fondamentale.
Secondo le stime dello studio, il bacino del Wadi Taflah avrebbe potuto fornire, nell’arco ipotizzato di 20–30 anni di costruzione, una quantità d’acqua compresa approssimativamente fra 4 e 54 milioni di m3, a seconda delle condizioni climatiche e dei coefficienti di deflusso considerati. In altre parole, esistono scenari nei quali la disponibilità idrica stimata sarebbe compatibile con il fabbisogno del modello.
Ma attenzione: compatibile non significa dimostrato.
Il punto debole della teoria: l’acqua c’era davvero?
Questa è probabilmente la domanda più importante. L’intera ricostruzione dipende infatti da una serie di condizioni che devono essere dimostrate indipendentemente.
Gli autori stessi riconoscono che le condizioni climatiche e idrologiche di Saqqara durante la III dinastia non sono ancora conosciute con sufficiente precisione. Le stime relative alle precipitazioni, al deflusso superficiale e alla disponibilità d’acqua sono quindi caratterizzate da un margine di incertezza significativo.
Anche la possibile connessione fra il wadi Taflah e il sistema del wadi Abusir resta da verificare sul terreno. Gli autori propongono infatti ulteriori indagini geologiche e pedologiche per cercare tracce di un regime idrico più intenso nell’area durante l’Antico Regno.
Questo significa che il cuore della teoria — la disponibilità di acqua sufficiente ad alimentare il sistema — non può ancora essere considerato un dato acquisito.
E il famoso “Dry Moat”?
Lo studio sostiene che il cosiddetto Dry Moat potrebbe essere stato almeno in parte riempito d’acqua durante il regno di Djoser.
Non si tratterebbe quindi necessariamente di un fossato permanentemente pieno, come un moderno canale o un lago artificiale. Il modello contempla piuttosto un sistema alimentato dalle acque disponibili durante specifici periodi, con una funzione legata alla gestione del flusso, al trasporto dei materiali e forse anche ad altri bisogni del complesso.
In questa prospettiva, il paesaggio di Saqqara durante la costruzione della piramide sarebbe stato molto diverso dall’ambiente desertico che vediamo oggi. Una parte del territorio avrebbe potuto essere caratterizzata da bacini temporanei, corsi d’acqua e aree di accumulo.
La piramide non sarebbe quindi sorta semplicemente “nel deserto”, ma all’interno di un paesaggio nel quale l’acqua avrebbe potuto costituire una componente importante dell’organizzazione del cantiere.
Una rivoluzione nella storia della tecnologia?
Se l’ipotesi fosse dimostrata, le conseguenze sarebbero notevoli. Non perché gli Egizi non conoscessero l’acqua o non la utilizzassero per scopi tecnologici: sappiamo che la gestione delle risorse idriche aveva un ruolo importante nella società egizia.
La novità sarebbe un’altra.
Gli architetti della III dinastia avrebbero utilizzato la pressione e la spinta dell’acqua come fonte di energia meccanica per la movimentazione verticale di grandi carichi. Il principio sarebbe quindi molto diverso da quello di una semplice rampa.
E potrebbe contribuire a spiegare alcune caratteristiche dell’architettura interna della piramide a gradoni che, secondo gli autori, risultano difficili da interpretare esclusivamente in termini funerari.
Una nuova domanda sulle piramidi
La vera importanza di questo studio, dunque, potrebbe non essere quella di aver finalmente spiegato come fu costruita la piramide a gradoni. È piuttosto quella di aver formulato una nuova domanda.
Quando osserviamo le grandi piramidi dell’Antico Regno, siamo abituati a concentrarci sui blocchi di pietra, sulle rampe e sulla forza necessaria per spostarli. Ma forse dobbiamo considerare con maggiore attenzione anche il paesaggio nel quale questi monumenti furono costruiti.
Fiumi, wadi, bacini, sedimenti, pendenze e disponibilità stagionale dell’acqua potrebbero aver fatto parte integrante del progetto. La piramide di Djoser potrebbe quindi essere stata non soltanto un monumento funerario, ma anche il risultato di una straordinaria capacità di integrare architettura, geologia, idrologia e meccanica.
Per ora, però, l’ascensore idraulico di Djoser rimane ciò che gli autori dello studio dicono che sia: un’ipotesi scientifica da verificare.
E forse è proprio questo il punto più interessante.
A oltre quattromilacinquecento anni dalla sua costruzione, la piramide a gradoni continua ancora oggi a costringerci a porre nuove domande sulla tecnologia degli antichi Egizi.
Per leggere l’articolo originale vai alla nostra “Raccolta Bibliografica” sezione I Misteri delle Piramidi (Giza e non solo…).
Fonte
- Landreau, X., Piton, G., Morin, G., Bartout, P., Touchart, L., Giraud, C., … & Lallemand, C. (2024). On the possible use of hydraulic force to assist with building the step pyramid of saqqara. Plos one, 19(8), e0306690.
- www.labrujulaverde.com
- www.geopop.it
Claudio Lombardelli


