Una nuova scoperta nel grande complesso templare di Karnak restituisce una raffigurazione del dio Hapi, legato alla fertilità assicurata dall’inondazione del Nilo. Il rilievo, databile tra la XXV e la XXVI dinastia, presenta inoltre caratteri stilistici arcaizzanti che sembrano richiamare modelli molto più antichi.

A Karnak, sulla riva orientale dell’antica Tebe, il Nilo torna idealmente a scorrere attraverso la pietra. Una missione archeologica ha infatti portato alla luce una raffigurazione del dio Hapi, la divinità associata alla piena annuale del fiume e, attraverso di essa, alla fertilità dei campi e all’abbondanza dei raccolti.
Il ritrovamento presenta una particolarità significativa: Hapi compare in forma duplice, con due figure raffigurate mentre avanzano in processione portando offerte verso l’ingresso del tempio. Le immagini sono accompagnate da iscrizioni geroglifiche che, secondo quanto riferito dai ricercatori, si sono conservate in condizioni particolarmente leggibili.
Hapi e la ricchezza della piena
Nella concezione egizia, la piena del Nilo non rappresentava semplicemente un fenomeno naturale. Il ritmo delle acque determinava infatti la possibilità stessa di coltivare la terra: l’inondazione ricopriva i terreni e depositava il limo che ne assicurava la fertilità.
È in questo rapporto fra acqua, terra e vita che si colloca Hapi. La sua iconografia è immediatamente riconoscibile: il dio viene generalmente rappresentato con un corpo prosperoso, ventre prominente e seni penduli, elementi che non devono essere interpretati secondo i nostri moderni criteri estetici, ma come una vera e propria traduzione visiva dell’abbondanza.

Fonte: www.worldhistory.org
Hapi non era dunque semplicemente una personificazione del Nilo. Era soprattutto l’incarnazione della forza fecondatrice della piena, di quel processo ciclico dal quale dipendeva la rinascita della terra. La sua stessa iconografia rendeva visibile ciò che altrimenti sarebbe rimasto un concetto astratto: la prosperità.
La ricercatrice Wen Jing, dell’Istituto di Storia Mondiale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha sottolineato proprio questo aspetto, osservando come gli antichi artisti egizi avessero scelto una figura corporea e prospera per rappresentare materialmente l’abbondanza garantita dal Nilo.
Una presenza significativa nel complesso di Karnak
La scoperta acquista ulteriore interesse per il contesto nel quale è stata effettuata. La raffigurazione di Hapi si trova infatti in relazione con un edificio consacrato a Osiride.
Il dato non deve essere interpretato come una contraddizione. Il pantheon egizio non funzionava secondo un sistema di divinità rigidamente separate e reciprocamente esclusive. Le diverse teologie locali e cultuali potevano sovrapporsi e integrare le rispettive competenze divine.
Hapi, Osiride e la fertilità appartenevano del resto a un medesimo universo concettuale nel quale morte, rigenerazione, acqua e rinascita erano profondamente interconnesse. La piena del Nilo assicurava la fertilità della terra; Osiride, a sua volta, rappresentava uno dei principali paradigmi della morte e della rinascita. La presenza di Hapi in questo contesto acquista quindi una particolare coerenza simbolica.
Un rilievo di età tarda che guarda al passato
Uno degli elementi più interessanti della scoperta riguarda però la cronologia. Il rilievo viene attribuito alla XXV-XXVI dinastia, quindi a un periodo compreso indicativamente fra il 747 e il 525 a.C., quando l’Egitto attraversava una fase caratterizzata anche da un marcato interesse per il proprio passato.
Secondo le prime osservazioni riportate sulla scoperta, le figure di Hapi mostrerebbero infatti caratteristiche stilistiche arcaizzanti, capaci di evocare modelli dell’Antico Regno. Si tratta di un aspetto particolarmente significativo perché introduce nel ritrovamento una dimensione che va oltre la semplice identificazione della divinità: quella della memoria artistica dell’Egitto faraonico.

Fonte: www.worldhistory.org
Durante la XXV e la XXVI dinastia il riferimento al passato egizio assume in diversi ambiti una funzione importante. La ripresa di forme, iconografie e modelli appartenenti a epoche precedenti non costituisce necessariamente una semplice imitazione, ma può diventare uno strumento attraverso il quale le élite sacerdotali e politiche riaffermano la continuità della tradizione faraonica.
Il rilievo di Hapi potrebbe quindi inserirsi in questo più ampio fenomeno di recupero consapevole dell’antico, un tema che rende particolarmente interessante l’analisi stilistica dell’opera.
Non solo Hapi: nuove testimonianze da Karnak
La raffigurazione del dio della piena non costituisce, inoltre, l’unico elemento emerso nel corso delle indagini. La campagna archeologica ha restituito anche un lago sacro finora non documentato dalle fonti, una figura femminile di carattere sacro e diversi frammenti lapidei recanti iscrizioni.

Fonte: ChinaScience
È proprio questa la caratteristica di Karnak che continua a rendere il sito eccezionale. L’immenso complesso templare non è soltanto uno dei monumenti più celebri dell’Egitto faraonico: è un vero archivio stratificato nel quale secoli di costruzioni, modifiche, restauri, riusi e trasformazioni religiose hanno lasciato tracce sovrapposte.
La scoperta di Hapi aggiunge così un nuovo tassello alla storia del santuario e, soprattutto, restituisce visibilità a una divinità che incarnava uno dei fenomeni naturali più importanti per la civiltà egizia.
Per gli abitanti della Valle del Nilo la piena non era soltanto l’arrivo dell’acqua. Era il momento nel quale la terra poteva tornare fertile, i campi potevano produrre raccolti e il ciclo della vita poteva ricominciare. Rappresentare Hapi significava quindi rendere visibile, attraverso il corpo stesso della divinità, la promessa dell’abbondanza.
A Karnak, ancora una volta, è la pietra a raccontare questa storia.
Fonte
Claudio Lombardelli


