Archeologia dell’odore: rivelata la ricetta dei balsami di mummificazione

Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science applica la spettrometria di massa ad alta risoluzione ai composti volatili emessi da tessuti e balsami di mummie egizie. I risultati, confrontati con le analisi non invasive condotte nel 2022 sul corredo di Kha e Merit, mostrano come l’“archeologia dell’odore” stia diventando uno strumento diagnostico capace di ricostruire ricette, tecniche e variazioni storiche dell’imbalsamazione.

Copertina della rivista. Fonte: www.sciencedirect.com

Un nuovo approccio allo studio dei balsami egizi

Il recente studio di Wanyue Zhao, Katherine A. Clark, Richard P. Evershed, Mélanie Roffet‑Salque e Ian D. Bull, condotto presso l’Università di Bristol e pubblicato nel Journal of Archaeological Science (2026), affronta un tema che per lungo tempo è rimasto ai margini della ricerca archeometrica: la natura e la persistenza dei composti volatili emessi dai balsami di mummificazione. L’idea di fondo è semplice ma radicale: ciò che resta dell’odore di una mummia non è un fenomeno marginale, ma un archivio chimico che conserva informazioni sulla composizione originaria dei materiali impiegati nell’imbalsamazione. Come scrivono gli autori: “Il caratteristico odore di muffa delle mummie egizie è evidente a chiunque abbia avuto modo di avvicinarsi ai loro tessuti e ai loro balsami.”, e proprio questa componente olfattiva diventa il punto di partenza per una ricostruzione sistematica delle ricette utilizzate nel corso di due millenni.

Cromatogrammi rappresentativi di materiali di imbalsamazione composti al 100% da grasso/olio, ottenuti da una benda (A), da un tessuto umano (B) e da un materiale resinoso (C).
Fonte: W. Zhao et al., Journal of Archaeological Science (2026)

Il lavoro si basa su una serie di analisi condotte su 35 campioni provenienti da 19 mummie datate tra il 2000 a.C. e il 295 d.C., selezionati per rappresentare la massima varietà possibile di trattamenti, supporti e condizioni di conservazione. La metodologia adottata – headspace solid‑phase microextraction (HS‑SPME) accoppiata a gascromatografia con spettrometria di massa ad alta risoluzione (GC/Q‑TOFMS) – consente di isolare e identificare anche le molecole più leggere e instabili, preservate all’interno delle matrici resinose e cerose dei balsami. Gli autori sottolineano che questa tecnica costituisce un approccio analitico per nulla invasivo per la caratterizzazione della frazione volatile delle mummie egizie antiche, capace di restituire un quadro compositivo che le analisi lipidiche tradizionali non possono cogliere.

I balsami di mummificazione

I balsami di mummificazione costituiscono una delle miscele organiche più complesse prodotte nell’antico Egitto: combinazioni variabili di grassi animali, oli vegetali, cere, resine conifere, bitume e sostanze aromatiche, calibrate per disidratare il corpo, proteggerlo dalla decomposizione e conferirgli una valenza rituale.

Vaso per unguenti in travertino (alabastro egiziano) dalla deposizione di fondazione del tempio di Hatshepsut a Deir el‑Bahri (XVIII dinastia, ca. 1479–1458 a.C.).
Fonte: www.metmuseum.org

La loro composizione non fu mai statica: dalle formulazioni più semplici del Predinastico, dominate da grassi e oli, si passa nel corso del II millennio a.C. a ricette sempre più articolate, arricchite da resine importate e da prodotti di distillazione del legno, fino alle miscele complesse dell’età tolemaica e romana.

Vaso per unguenti in travertino (alabastro egiziano) dalla deposizione di fondazione del tempio di Hatshepsut a Deir el‑Bahri (XVIII dinastia, ca. 1479–1458 a.C.). Il contenitore conservava ancora tracce del suo contenuto originario, successivamente campionato e analizzato.
Fonte: www.metmuseum.org

Questa evoluzione riflette non solo cambiamenti tecnici, ma anche scelte economiche, disponibilità di materie prime e trasformazioni del pensiero religioso. Proprio per la loro natura multicomponente, i balsami rappresentano un archivio chimico straordinario, in cui ogni ingrediente – e ogni processo di degradazione – lascia una traccia riconoscibile.

La firma odorosa dei materiali di imbalsamazione

Il risultato più significativo dello studio è la dimostrazione che ogni ingrediente dei balsami possiede un profilo volatile specifico, riconoscibile anche dopo lunghissimi processi di degradazione. I campioni composti da grassi e oli mostrano una predominanza di composti aromatici e acidi grassi a corta catena, mentre la cera d’api è caratterizzata da monoacidi grassi, aldeidi C4–C11 e composti benzenici e cinnamici.

Le resine conifere producono un insieme complesso di aromatici, sesquiterpenoidi e derivati del guaiacolo, mentre il bitume è riconoscibile per la presenza di composti naftenici e sterani. La correlazione tra questi profili e le composizioni note dei balsami, già determinate da lavori precedenti tramite biomarcatori lipidici, permette di stabilire un legame diretto tra ciò che si percepisce come odore e ciò che costituiva la miscela originaria.

Vaso per unguenti in travertino (alabastro egiziano) dalla deposizione di fondazione del tempio della Valle di Hatshepsut (XVIII dinastia, ca. 1479–1458 a.C.). Il contenitore, avvolto originariamente in lino e recante un’iscrizione dedicatoria, apparteneva al corredo rituale predisposto per garantire l’unzione quotidiana.
Fonte: www.metmuseum.org

I composti organici volatili (VOCs) costituiscono la frazione più leggera e reattiva delle sostanze organiche presenti nei balsami: molecole a bassa massa molecolare che evaporano facilmente e che, proprio per questa loro volatilità, conservano una memoria chimica sorprendentemente fedele degli ingredienti originari e dei processi di degradazione che li hanno trasformati nel tempo. Uno degli aspetti più interessanti riguarda la capacità dei VOC di rivelare componenti che non emergono con la stessa chiarezza dalle analisi dei lipidi pesanti.

Gli autori osservano che i VOC possono essere utilizzati come uno strumento di screening rapido e sensibile per indicare la composizione delle sostanze di imbalsamazione antiche, e in più casi i profili volatili hanno permesso di identificare l’uso di oli coniferi – come cedro e ginepro – anche quando i biomarcatori terpenici risultavano degradati o assenti nelle frazioni solventi. La presenza ricorrente di canfora, guaiacolo e naftalene, ad esempio, suggerisce l’impiego sistematico di oli di legno sottoposti a distillazione o pirolisi, coerentemente con quanto già ipotizzato da studi precedenti.

Degradazione, migrazione e memoria chimica

Il lavoro dedica particolare attenzione ai processi di degradazione che, nel corso dei millenni, hanno trasformato le miscele originarie. In alcuni campioni dell’Antico Regno, ad esempio, gli autori notano l’assenza di acidi grassi e la predominanza di composti aromatici vegetali, interpretati come prodotti di degradazione di tannini o lignine. La loro presenza potrebbe indicare l’uso di oli lignei o di sostanze vegetali ricche di tannini. In altri casi, soprattutto nei campioni più recenti, la migrazione di lipidi endogeni dai tessuti corporei verso le bende ha contribuito a modificare il profilo volatile, aggiungendo un ulteriore livello di complessità interpretativa.

Modello di vaso per unguenti in travertino (alabastro egiziano) dalla deposizione di fondazione della tomba di Senenmut (TT 353) a Deir el‑Bahri (XVIII dinastia, ca. 1479–1458 a.C.).
Fonte: www.metmuseum.org

La capacità dei VOC di registrare queste trasformazioni rende possibile distinguere non solo gli ingredienti originari, ma anche le dinamiche di alterazione, polimerizzazione e ossidazione che hanno interessato i balsami nel tempo. Le resine ossidate, ad esempio, mostrano profili dominati da acidi grassi a catena media, mentre le cere antiche perdono progressivamente i composti aromatici più leggeri, conservando però le molecole a più lunga catena.

Un dialogo con il 2022: l’archeologia dell’odore come nuova frontiera

Questo nuovo studio si inserisce in un percorso di ricerca inaugurato nel 2022 dall’indagine sul corredo di Kha e Merit, dove l’uso della spettrometria SIFT‑MS aveva dimostrato la possibilità di analizzare i VOC direttamente nei musei, senza aprire i contenitori né prelevare campioni. In quel caso, gli autori sottolineavano che i composti volatili emessi dai materiali organici contenuti nei vasi possono essere analizzati e rilevati direttamente nei musei, aprendo la strada a una diagnostica non invasiva su larga scala.

Il lavoro del 2026 rappresenta il complemento naturale di quella intuizione: se il lavoro del 2022 mostrava che i VOC possono essere rilevati in situ, il nuovo studio del 2026 dimostra che essi possono essere interpretati come indicatori chimici affidabili della composizione dei balsami. Le due ricerche, pur diverse per obiettivi e contesto, convergono verso un’unica direzione: l’idea che l’odore residuo non sia un fenomeno accessorio, ma una fonte di informazione archeologica a pieno titolo.

Conclusioni

La combinazione tra analisi dei VOC, biomarcatori lipidici e dati storici permette oggi di ricostruire con maggiore precisione l’evoluzione delle pratiche di imbalsamazione, dalle miscele semplici del Predinastico alle formulazioni complesse dell’età tolemaica e romana. Il lavoro di Zhao e colleghi mostra che la componente volatile dei balsami, lungi dall’essere scomparsa, conserva una memoria chimica sorprendentemente ricca, capace di rivelare ingredienti, tecniche, scelte rituali e trasformazioni nel tempo.

L’archeologia dell’odore, inaugurata dal caso Kha e Merit e consolidata da questo nuovo studio, si configura così come una disciplina emergente, in cui la chimica dei composti volatili diventa uno strumento per leggere ciò che, per millenni, è rimasto invisibile ma non inodore.

Se volete altre informazioni su questo e su altri aspetti legati alla mummificazione, potete visitare la sezione “La Chimica nel Processo di Mummificazione” della nostra Raccolta Bibliografica.

Fonte

Claudio Lombardelli

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